Mercoledì, 19 Settembre 2018
LOCRI

“Don Mico” a discarico:
«Contadino sono»

processo crimine, Reggio, Calabria, Archivio

     Il primo teste a discarico nel processo in ordinario dell’inchiesta “Crimine”, in atto davanti al collegio penale di Locri, è stato il presunto “capo crimine” Domenico Oppedisano, detto “don Mico”, condannato a 10 anni nell’abbreviato dal gup distrettuale in quanto ritenuto al vertice della cupola della ‘ndrangheta detta “provincia”. Oppedisano è intervenuto in video collegamento dal carcere di Parma, dove si trova detenuto, affermando di aver sempre lavorato e, dopo la pensione, di aver continuato a fare il contadino, producendo e vendendo al minuto piantine di vario genere da trapiantare: «L’ho fatto fino al giorno prima che mi arrestassero – ha detto l’82enne – al mercato di Cinquefrondi». Mico Oppedisano ha riferito di avere numerosi clienti che si recavano presso il suo orto per comprare le sementi, e di non ricordarli tutti. Di certo l’82enne, rispondendo alle domande degli avvocati Vincenzo Nobile e Sergio Laganà, ha detto di non conoscere alcun Giuseppe Giampaolo, inteso “u russellu”, né di nome né fisicamente. Del resto il confronto visivo in aula, richiesto dai difensori, tra il testimone e l’imputato ha fornito esito negativo. Oppedisano ha detto di non conoscere neanche l’imputato Francesco Bonarrigo (avv. Alvaro del foro di Palmi), mentre ha ricordato di aver avuto un altro imputato, Giuseppe Antonio Primerano, quale suo cliente, in particolare per l’acquisto di piantine di pomodori, peperoncini e melanzane. Mico Oppedisano, assistito dall’avv. Eugenio Minniti, ha ribadito di non aver mai avuto altri rapporti se non quelli riguardanti il suo lavoro di agricoltore, escludendosi, indirettamente, da altro ruolo. Nel corso dell’udienza, presente in aula il pm Antonio De Bernardo, sono stati escussi altri testi a discarico, quali gli investigatori Centonze e Catona, che su domande degli avvocati Nobile e Laganà, hanno escluso di aver registrato la presenza dell’imputato Giampaolo al matrimonio della figlia di Giuseppe Pelle, detto “Gambazza”, dell’agosto 2009, o nei pressi del santuario di Polsi, nel corso della festività del settembre dello stesso anno. Un dato emerso nel corso dell’esame del luogotenente dei carabinieri del Ros Antonio Cicilese, rilevante per quanto riguarda le criticità operative nel cui contesto hanno operato gli investigatori, coordinati dalla Dda reggina in particolare dal Procuratore Aggiunto Nicola Gratteri, ha riguardato l’asportazione di un dispositivo di registrazione nascosto nei pressi di un ristorante di Platì, dove il giorno dopo, ovvero il 19 agosto 2009, come captato nel corso delle intercettazioni ambientali dai militari, si sarebbe svolto uno dei due ricevimenti nuziali per ospiti del matrimonio Barbaro-Pelle. «Avevamo programmato un servizio di appostamento – ha detto il luogotenente – e per evitare di essere notati avevamo installato una videocamera per riprendere i partecipanti al pranzo di matrimonio, ma la notte l’apparecchiatura è stata tolta da ignoti, e non è stato quindi possibile eseguire il monitoraggio previsto».

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