Mercoledì, 26 Settembre 2018
REGGIO

Omicidio Pace, delitto
in cerca d’autore

delitto pace, Reggio, Calabria, Archivio

Un omicidio in cerca d’autore. È quello di Franco Pace ucciso la notte del 24 ottobre 2005 a Occhio di Pellaro e che sembrava essere giunto a conclusione dopo gli ergastoli inflitti dalla Corte d’Assise in primo grado. E, invece, come in ogni giallo che si rispetti nulla è come appare e il colpo di scena è sempre dietro l’angolo. Ieri pomeriggio intorno alle 15, la Corte d’Assise di Appello (presidente Giuliana Campagna, giudice relatore Maria Luisa Crucitti) ha cancellato la sentenza di primo grado che aveva condannato all’ergastolo Pietro Angelo Aloisio, ritenuto il mandante dell’omicidio, e l’albanese Mingu Bledi (esecutore materiale del crimine) e li ha entrambi assolti «per non avere commesso il fatto». Tutto azzerato, dunque. E decisione finale rinviata ai supremi giudici della Cassazione che dovranno scrivere il loro verdetto in calce a questa storia giudiziaria che assomiglia sempre più alla scenografia di un film hollywoodiano. Pietro Angelo Aloisio, l’ottantenne dirigente in pensione di un'industria chimica, reggino ma da anni residente a Lambrate (Milano), ha atteso in Aula la sentenza della Corte d’assise d’appello e l’ha accolta con sollievo accanto ai suoi avvocati difensori Nico D’Ascola, Marco Panella e Nino Aloi. I penalisti si erano battuti davanti ai giudici di secondo grado per fare valere le loro ragioni. Hanno escluso che il coinvolgimento di Aloisio nelle intercettazioni e hanno ritenuto debole la causale passionale come fondamento dell’omicidio. Infine, hanno fatto valere ci fosse stata un erronea interpretazione della sentenza con cui Aloisio era stato assolto a Firenze dall’accusa di avere ucciso la prima moglie e che la personalità ossessiva dell’imputato era stata conclamata senza alcun accertamento psichiatrico. Tutti dubbi che hanno scalfito la graniticità della sentenza di primo grado e hanno aperto la strada verso l’assoluzione. Anche gli avvocati di Bledi Mingu, Giuseppe Putortì e Valeria Iaria, hanno posto in luce gli aspetti per i quali il loro cliente (fino a ieri latitante per la legge italiana) doveva essere assolto. L’avv. Valeria Iaria ha rilevato come non fosse stata ragiunta la prova di un coinvolgimento dell’albanese in questo delitto. «Non c’è un testimone oculare, ne è stata ritrovata l’arma del delitto. Inoltre non c’è prova che i due inpoutati si conoscessero », ha affermato la penalista. Dopo tre ore di camera di consiglio i giudici di secondo grado hanno assolto gli imputati e hanno scritto una nuova storia di quest’omicidio. Secondo il castello accusatorio, Aloisio avrebbe fatto uccidere Francesco Pace, perché era un suo rivale in amore e poter così sposare la donna che l’aveva lasciato per tornare con la vittima. Per mettere in atto il  particolar suo disegno criminale si era poi rivolto a Mingu che avrebbe eseguito materialmente il delitto.

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