Martedì, 25 Settembre 2018
LANCIO-REGGIO NORD

Clan Condello,
chieste 8 condanne

clan reggio, Reggio, Calabria, Archivio

Pesanti come un macigno le richieste di condanna nel processo “Lancio-Reggio nord”. Nessuno sconto da parte del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Giuseppe Lombardo, nei confronti delle otto persone sul banco degli imputati davanti al Gup Massimo Minniti. Richieste decisamente severe se si conteggia lo sconto, pari ad un terzo della pena, previsto dal rito abbreviato. Nel dettaglio le richieste di condanna: Giuseppe Barillà, 8 anni di reclusione; Bernardo Vittorio Pedullà, 8 anni; Massimiliano Richichi, 8 anni; Pasquale Richichi, 8 anni; Pietro Siclari, 6 anni; Domenico Viglianisi, 12 anni; Mariangela Amato, 8 anni; Margherita Tegano, 10 anni. Per la Direzione distrettuale antimafia di Reggio si tratta di un gruppo di persone al servizio, seppure con diversi profili di responsabilità, del clan Condello, la consorteria mafiosa che ruota intorno a Pasquale e Domenico Condello, i cugini capi clan meglio noti con i nomignoli “Il Supremo” e “Micu ’u pacciu”. Accuse ripercorse ieri in aula dal pm Giuseppe Lombardo nel corso della rigorosa, ed analitica, requisitoria: c’era chi svolgeva il ruolo di fiancheggiatore dei due padrini per anni super latitanti; chi invece si sarebbe prestato a gestire lucrose attività imprenditoriali prestando il proprio nome per accrescere i business dei “Condelliani”. Diversi i capi di imputazioni ribaditi nel corso del processo. Innanzitutto il compito, preziosissimo, della rete dei fiancheggiatori che dopo agevolato, e consentito, anni di latitanza a Pasquale Condello si sono prodigati per mantenere alla macchia l’altro capo clan, il cugino Domenico Condello. I due padrini hanno vissuto per quasi vent’anni alla macchia. Anni di latitanza dorata che Pasquale e Domenico Condello sono riusciti a guadagnarsi grazie al cordone protettivo che erano riusciti a garantire la pattuglia di picciotti. I due superlatitanti, “Il supremo” prima e “Micu ’u pacciu” dopo, sono stati catturati per mano dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale. Due operazioni in fotocopia: entrambe anticipate da una prima retata di gregari e prestanome. L’operazione “Vertice” preludio dell’arresto di Pasquale Condello, e “Lancio” che ha fatto da apripista alla localizzazione di Domenico Condello. Per tutti i fiancheggiatori la richiesta di condanna è stata pari ad 8 anni di carcere: chi per aver ricoperto il ruolo di autista, chi di vivandiere, chi addirittura diede ospitalità in luoghi sicuri ed al di fuori di ogni sospetto. Sotto accusa ci sono inoltre alcuni personaggi di primo piano del tessuto imprenditoriale reggino che hanno cooperato con il cartello “Condelliano” per «accaparrarsi numerose attività economiche tra le quali spicca la conquista, attraverso dei prestanome della discoteca “Il Limoneto”». Non si facevano mancare nulla boss e picciotti di Archi. Tutti “Condelliani” di ferro. Dai contenuti delle inchieste “Lancio” e “Reggio nord” il potentato di Archi avrebbe puntato ad accaparrarsi gli appalti pubblici, di conquistare varie attività economiche finendo alla «gestione di un enorme bacino di voti da offrire ad esponenti politici compiacenti a seconda degli accordi stipulati o dei favori accordati, o da accordare ». Sulla lista degli indagati anche personaggi ritenuti gravitanti nell’orbita della cosca “Garonfolo” di Campo Calabro e “Zito-Bertuca” di Villa San Giovanni che avrebbero operato in sinergia, da fedelissimi alleati, dei Condello. Già da ieri, davanti al Gup Massimo Minniti, la parola è passata alle difese. Nutrita la pattuglia degli avvocati impegnati: Carlo Morace, Francesco Calabrese, Alessandra Zagarella, Renato Russo, Giuseppe Alvaro, Antonio Managò, Antonietta Stefania Pedullà, Renato Milasi, Umberto Abate, Francesco Albanese. Le parti offese sono lo Stato Italiano nella persona del Presidente del Consiglio dei ministri; la Regione Calabria, la Provincia, il Comune di Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Campo Calabro.

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