Mercoledì, 19 Settembre 2018
LOCRI

Due anni fa i funerali
per il Comune è vivo

di
marco procopio, Reggio, Calabria, Archivio
marco procopio

È morto da due anni, con tanto di funerale celebrato, ma lo stato civile ancora non ne sa niente. Insomma, per la legge, è ancora vivo. È la paradossale vicenda di Mario Procopio, lo sfortunato ingegnere informatico trentaseienne di Locri, assassinato in Brasile, a Fortaleza, il 29 ottobre 2009, durante un tentativo di rapina. Nei prossimi giorni il Tribunale di Locri sarà chiamato ad ordinare la formazione dell’atto di morte presso il comune di residenza, Locri appunto. Il tutto nonostante il riconoscimento della salma da parte dei familiari e il risultato incontrovertibile dell’esame del Dna effettuato prima del rientro in Italia delle spoglie. Una burocrazia, insomma, che non perdona, e non si fida di un “semplice” esame del dna: sarà dunque necessario un pronunciamento del Tribunale di Locri per fare finalmente “approdare” agli atti dello stato civile il decesso di Mario Procopio Il Procuratore della Repubblica di Locri, all’epoca il facente funzioni dottor Salvatore Cosentino, si è trovato dinanzi al paradosso di dover chiedere al Tribunale di intervenire per rimuovere lo status di incertezza che si era determinato in conseguenza della mancata formazione dell’atto di morte di Procopio, che doveva essere registrato negli atti dello stato civile, a seguito della richiesta giunta dal coniuge separato del defunto, che segnalava uno stato di indeterminatezza nei rapporti giuridici. Orbene, al fine di pervenire alla registrazione della morte nei registri dello stato civile del Comune di Locri, luogo di nascita del defunto, nonché di iscrizione nell’anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero, le norme prevedono che bisogna enunciare una serie di dati richiesti affinché l’ufficiale possa redigere e trascrivere un atto di morte. Nel caso di specie, però, il giorno e l’ora della morte non possono essere affermati con assoluta precisione, anche se il decesso viene fatto risalire, con elevata probabilità, allo stesso giorno della scomparsa, cioè il 29 ottobre del 2009. Inoltre risulta il riconoscimento del cadavere e il certificato di morte, redatto in Brasile il 20 maggio del 2011. Il procuratore ha dunque fatto ricorso al Tribunale, chiedendo che «ordini la formazione dell’atto di morte all’epoca omesso per Mario Procopio», in considerazione del fatto che è possibile redigere l’atto basandosi sui dati conosciuti e contenuti nei documenti che hanno consentito il seppellimento della salma. D’altra parte risultano le tre informazioni più importanti ai fini della stesura dell’atto stesso: stato civile, cittadinanza e comune di residenza del defunto, oltre che la visita e le analisi necroscopiche. Come si ricorderà Mario Procopio, nativo di Locri, si era trasferito in Brasile dove aveva avviato un’agenzia immobiliare. Lì aveva anche conosciuto una ragazza dalla quale aveva avuto un figlio. La sera del 29 ottobre 2009 era uscito da casa con una valigetta, che pare contenesse gioielli e denaro in contanti, circa 30 mila euro, e a bordo della sua auto, un fuoristrada, era partito per una destinazione mai chiarita. Da allora si erano perse le sue tracce. Dopo una lunga attesa, durata un anno e mezzo, contraddistinta da continui e ansiosi contatio della famiglia con la Farnesina e con le autorità brasiliane, nel 2011 è giunta la tragica notizia del ritrovamento del corpo del professionista, che era stato assassinato durante una rapina. Pur se tutti gli elementi facessero ritenere che si trattasse del corpo di Mario Procopio, le autorità hanno ovviamente voluto effettuare il test del dna per fugare ogni dubbio sull’identità della vittima. Anche dopo il ritrovamento del corpo di Mario, la famiglia Procopio, denunciò a suo tempo il padre Pasquale, dovette combattere lottare per riportare in Italia le spoglie: «Il 19 aprile 2011 – ricordò il signor Pasquale –abbiamo avuto la notizia del ritrovamento della salma, ma nonostante i primi di maggio avessimo avuto i risultati del Dna, abbiamo continuato a lottare da soli, il consolato era impegnato in altre faccende e non aveva nessuna autorità per essere ascoltato dal giudice che doveva compilare il certificato di morte. La salma l'abbiamo avuta il 29 maggio e il 31 dello stesso mese abbiamo potuto celebrare i funerali, qui a Locri». Nei prossimi giorni, a distanza di quasi due anni da quei funerali, toccherà al Tribunale disporre la formazione dell’atto di morte, tramite un apposito decreto da trasmettere, per l’esecuzione, all’ufficiale dello Stato civile, per chiudere una vicenda di paradossale, normalissima burocrazia.

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