Domenica, 23 Settembre 2018
REGGIO

Maxiconfisca a un
imprenditore di
Rizziconi

di
confisca beni, de marte, Reggio, Calabria, Archivio
confisca de marte

Un patrimonio costruito con metodi mafiosi. Un’accusa pesante rivolta dal Tribunale “Misure di prevenzione” di Reggio Calabria nei confronti di Ferdinando Maria De Marte, 50enne di Rizziconi, noto e affermato imprenditore con interessi ed affari nel settore della produzione, raffinazione e commercio dell’olio d’oliva e nel business dell’immobiliare. La Dia di Reggio ieri gli ha confiscato beni per un valore di circa 20 milioni di euro. Nel dettaglio la Direzione investigativa antimafia gli ha sottratto un patrimonio aziendale di sette società con sede operativa tra Rizziconi e Gioia Tauro, di cui quattro operanti nel settore oleario e tre nel settore immobiliare ed edilizio; 25.000 metriquadri di terreno, di cui circa 15.000 di natura edificabile ubicati sul territorio del Comune di Rizziconi; un fabbricato a Rizziconi; disponibilità finanziarie aziendali e personali pari a un milione di euro. Nel decreto di confisca il Tribunale- sezione “Misure di prevenzione” (Antonio Scortecci presidente, Alessandra Borselli giudice, Anna Carla Mastelli giudice relatore) ha sottoposto l’imprenditore De Marte alla misura della sorveglianza speciale di Pubblica sicurezza per la durata di tre anni con obbligo di soggiorno nel comune di dimora. Ferdinando Fortunato Maria De Marte era finito al centro delle cronache perchè uno dei soci della società “Devin”, la società che ha costruito il centro commerciale “Porto degli Ulivi” a Rizziconi per poi essere ceduto a una holding estera e coinvolta in vicende giudiziarie in cui è emersa la forza mafiosa della cosca di ’ndrangheta Crea. Un imprenditore, il 50enne De Marte, che si ritrova al centro delle attenzione investigative della Guardia di Finanza già dagli anni ’80. Fiamme gialle e carabinieri, ponendo sotto la lente di ingrandimento le sue aziende, erano riusciti a intuire, ed accertare, «che alcune società del gruppo De Marte erano soltanto delle “cartiere create ad hoc”al fine di emettere fatture per operazioni inesistenti oppure per ottenere indebiti contribuiti comunitari». Non solo nella Piana di Gioia Tauro le grane con la giustizia collezionate dall’imprenditore reggino. Nel febbraio 2008 il gip di Bologna ha emesso nei suoi confronti un’ordinanza degli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata all’emissione e utilizzazione di fatture false e per l’indebita percezione di contributi comunitari per importi consistenti. In una occasione, evidenziano gli inquirenti, «avrebbe indebitamente intascato contributi per circa 4,6 milioni di euro, mentre in altre circostanze avrebbe decuplicato i costi sostenuti per l’acquisto di impianti a mezzo di fatture inesistenti ». Un provvedimento restrittivo che trovava conferma davanti al Tribunale del riesame prima e dalla Corte di Cassazione dopo, per poi essere rinviato a giudizio insieme ad altre 14 persone (il processo è ancora in corso). Nessun dubbio da parte degli 007 della Dia di Reggio Calabria, che hanno operato sotto le direttive del colonnello Gianfranco Ardizzone, sul “modus operandi” illecito e irregolare di De Marte nell’acquisizione, nel corso degli anni, di questo milionario patrimonio societario e personale. Infatti, a sostegno delle indagini dell’Antimafia, il Tribunale presieduto da Antonio Scortecci ha ritenuto che «giustifichi ampiamente l’accoglimento della proposta personale avanzata dalla Direzione Investigativa Antimafia in quanto dimostra senza alcun dubbio l’abitualità del proposto nella commissione di condotte fraudolente, nell’ambito dell’esercizio delle attività imprenditoriale nell’unico ed evidente obiettivo di conseguire lucrosi ma illeciti profitti. È proprio la ripetizione di questi comportamenti senza soluzione di continuità nell’arco di circa un ventennio a dimostrare quanto sia attuale la pericolosità sociale del De Marte, trattandosi di unamodalità di agire talmente consolidata da far legittimamente che questa sia per il proposto l’unica, ma soprattutto ordinaria, modalità di esercizio dell’attività imprenditoriale… stando così le cose, deve ritenersi che i beni acquisiti –tanto quelli personali quanto quelli aziendali –con le risorse generate dall’attività imprenditoriale inquinata, si configurano inequivocabilmente come frutto o reimpiego di attività illecita. La sproporzione rilevata già in sede di sequestro appare corroborare questa conclusione».

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