Martedì, 30 Novembre 2021
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"MALA PIGNA"

'Ndrangheta e traffico di rifiuti da Gioia Tauro al Nord Italia, i Piromalli gestivano la filiera: 19 arresti

Con l’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Bellini, sono finiti in carcere esponenti di vertice della famiglia mafiosa ma anche imprenditori di riferimento della cosca. Oltre all’associazione mafiosa, la Dda reggina ha contestato agli indagati pure il reato di disastro ambientale

La filiera dei rifiuti partiva da Gioia Tauro e arrivava fino al Nord Italia. A gestirla era la cosca Piromalli. È quanto emerge dall’operazione "Malapigna» condotta dai carabinieri forestali con il coordinamento del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dall’aggiunto Gaetano Paci e dai sostituti della Dda Giulia Pantano e Paola D’Ambrosio.

Con l’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Bellini, sono finiti in carcere esponenti di vertice della famiglia mafiosa ma anche imprenditori di riferimento della cosca Piromalli. L’epicentro del traffico di rifiuti sarebbe stato Gioia Tauro. Oltre all’associazione mafiosa, la Dda reggina ha contestato agli indagati pure il reato di disastro ambientale.

Operazione "Mala Pigna"

I militari del gruppo carabinieri forestale di Reggio Calabria, coadiuvati dai carabinieri forestali di vari reparti in Calabria, Sicilia, Lombardia ed Emilia Romagna, e dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, con il supporto dello squadrone eliportato carabinieri «Cacciatori Calabria» e dell’8 nucleo elicotteri carabinieri di stanza a Vibo Valentia, in queste ore stanno eseguendo in diverse regioni del territorio nazionale un’ordinanza dispositiva di misure cautelari personali e reali per vari reati tra i quali associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico illecito di rifiuti ed altri reati ambientali emessa dal gip presso il Tribunale di Reggio Calabria, Vincenza Bellini.

Le indagini

L’attività investigativa, avviata dal Nucleo investigativo di polizia ambientale agroalimentare e forestale dei carabinieri forestali di Reggio Calabria e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, ha portato all’emissione di 29 misure cautelari personali, diverse delle quali rivolte ad esponenti apicali della 'ndrangheta, ed al sequestro di cinque aziende di trattamento rifiuti tra Calabria e Emilia Romagna.

Anche l'ex parlamentare Pittelli tra gli arrestati

C'è anche l’avvocato ed ex parlamentare Giancarlo Pittelli tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Vincenza Bellini nell’ambito dell’inchiesta «Malapigna» coordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha fatto luce su un traffico di rifiuti gestito dalla cosca Piromalli. Pittelli è già imputato nel maxiprocesso Rinascita-Scott della DDa di Catanzaro.

Come nel processo "Rinascita-Scott", anche nell’operazione "Malapigna" l’accusa per l’ex senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli è concorso esterno in associazione mafiosa. L'indagine ha fatto luce su un traffico di rifiuti gestito dalla cosca Piromalli di Gioia Tauro. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal gip Vincenza Bellini su richiesta della Dda di Reggio Calabria, è stata notificata all’avvocato nella sua abitazione dove Pittelli si trovava già agli arresti domiciliari. Dopo le formalità di rito, l'avvocato ed ex parlamentare sarà accompagnato nella casa circondariale.

"Veicolava informazioni in e dal carcere per i boss"

Tra persone fisiche e società, sono in tutto 44 gli indagati dell’inchiesta. Per quanto riguarda l’avvocato Giancarlo Pittelli, arrestato per concorso esterno, secondo la Dda era «uomo politico, professionista, faccendiere di riferimento avendo instaurato con la 'ndrangheta uno stabile rapporto 'sinallagmatico'». Questo rapporto, per i pm, era "caratterizzato dalla perdurante e reciproca disponibilità».

Pittelli avrebbe garantito «la sua generale disponibilità nei confronti del sodalizio a risolvere i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e della pubblica amministrazione». Secondo gli investigatori, infatti, l’ex senatore Pittelli aveva "illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore". Per questo "veicolava informazioni all’interno e all’esterno del carcere tra i capi della cosca Piromalli detenuti in regime carcerario ai sensi dell’articolo 41 bis". I boss che avrebbero usufruito del rapporto con Pittelli sono Giuseppe Piromalli detto «Facciazza» e il figlio Antonio Piromalli reggente della cosca.

Clan gestiva impresa confiscata nel 2007

Il clan Piromalli gestiva un’impresa confiscata nel 2007 grazie alla compiacenza degli amministratori giudiziari. E’ quanto emerge dall’operazione «Mala Pianta». L’azienda in questione faceva capo a Rocco Delfino, considerato referente del clan Piromalli e «dominus» del traffico di rifiuti stroncato dall’Arma in varie province italiane. Nel programma criminale mafioso della famiglia Delfino, legata ai Piromalli-Molè, secondo l’accusa, rientrava il dominio assoluto della ditta in questione, la Delfino s.r.l., società in confisca definitiva sin dall’anno 2007 in quanto sequestrata alla fine degli anni novanta nel presupposto che Rocco Delfino e i fratelli gravitassero nella galassia della famiglia 'ndranghetistica dei Molè. Le indagini avrebbero permesso di accertare che la Delfino s.r.l., ancora attiva sul mercato, altro non fosse che un’azienda di schermatura per le attività illecite dei fratelli Delfino, con il concorso attivo dei coadiutori e amministratori designati dall’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, nonchè di professionisti (avvocati, consulenti, commercialisti ed ingegneri ambientali) che operavano per cnto dell’agenzia, «con metodo fraudolento e sotto la direzione dei Delfino».
Rocco Delfino si sarebbe inserito nella Delfino S.r.l. con professionisti spregiudicati a lui fedeli, esercitando la sua influenza al punto da convocare i coauditori dettando loro i comportamenti da opporre alle richieste dell’Anbsc. Il tutto finalizzato a mantenere il completo controllo mafioso della società confiscata, «in un clima di intimidazione e prevaricazione».

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