Martedì, 17 Maggio 2022
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L'INCHIESTA

'Ndrangheta, operazione "Propaggine". La forza delle armi per risolvere i contrasti

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Il gip sul ruolo dei capiclan nella gestione degli affari e nel controllo del territorio: «Potevano contare su una rete di sodali, pronti a intervenire, a richiesta, per esaudire qualsiasi necessità»

Nessuna differenza tra la Calabria e la Capitale: capi e picciotti della ’ndrina Alvaro operavano con i metodi e gli atteggiamenti tipici delle cosche. Quindi estrema cautela nelle conversazioni e negli incontri risolutivi, linguaggio in codice per non farsi incastrare dagli odiati sbirri, e uso della armi per risolvere contese e divergenze con chi negli affari illeciti osava non rispettare i patti. Emerge anche questo dalla doppia retata, completata ieri sull'asse Reggio Calabria-Sinopoli-Roma, che ha inferto una mazzata epocale alla cosca Alvaro, che dalla roccaforte di Sinopoli era riuscita a monopolizzare grosse fette del business della ristorazione a Roma. Panifici, bar, ristoranti, pescherie erano «roba nostra» si vantavano alcuni indagati consapevoli di stare scalando posizioni significative nelle gerarchie criminali romane.

Gli investigatori della Dia, in alcuni capitoli investigativi collaborati da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, hanno scavato per anni sulle dinamiche degli Alvaro. Le cimici degli inquirenti sono state piazzate ovunque a Sinopoli, Cosoleto, e soprattutto nella cellula mafiosa capitolina. Decine di telefoni cellulari bombardati dai virus “trojan”, addirittura intercettazioni nelle celle delle carceri di Biella dove un paio di capimafia erano reclusi ma nei colloqui con i familiari continuavano imperterriti a dettare leggere, a spiegare ai soldati come fare per continuare a realizzare affari d'oro e soprattutto a mantenere inalterato la pressione sul territorio in Calabria e a Roma.

«La disponibilità di armi»: anche il Gip accoglie la richiesta della Procura distrettuale antimafia sulla contestazione d'accusa. Vantavano significative disponibilità di armi, anche da guerra, e soprattutto era «naturale» farse ricorso quando la loro voce grossa non sortiva l'effetto sperato. «Il nonno voleva organizzare che partivano in quattro, pure lui con loro per accompagnarli a scupettate (fucilate)»: così gli indagati commentavano la scelta forzata di risolvere la grana intestina scoppiata per comportamenti non approvati dagli anziani del clan.

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Calabria

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