
Il contenuto delle immagini non è sufficiente a provare una cessione di droga. È questo, in sintesi, il principio che si ricava dalla pronuncia della Corte di Cassazione emessa nell’ambito di un troncone del processo scaturito dalla maxioperazione antidroga “Capricornus”, radicata a Catania, nella parte in cui riguarda tre imputati originari della Locride: Domenico Mammoliti (classe 1968), per il quale ha annullato senza rinvio, Vincenzo Scarfone e Domenico Pellegrino, per i quali è stato disposto il rinvio per un nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Catania.
Nelle motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, la sesta sezione penale della Suprema Corte evidenzia che nelle videoriprese «si valorizza, in particolare, la disponibilità di alcune buste da parte dei due ricorrenti, spesso al momento di ingresso e di fuoriuscita dalla abitazione di Anastasi, a volte solo al momento dell’uscita dal detto sito; ciò tuttavia senza il supporto di altri elementi destinati a disvelare, con adeguata nettezza, il portato illecito di tali situazioni fattuali, diversi dal colloquio intercettato il 15 febbraio. Colloquio, questo, che tuttavia – si legge subito dopo – alla luce del dato offerto dalle due decisioni di merito, oltre ad essere connotato da contenuti non particolarmente intellegibili (secondo un apprezzamento reso dallo stesso primo decidente), appare comunque destinato a dare conto dei traffici illeciti che inerivano ad Anastasi, senza tuttavia offrire puntuali ed espressi riscontri quanto alla possibilità di ricondurre la sostanza oggetto della interlocuzione captata a Scarfone e alla sua asserita consegna operata in quello stesso giorno».

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