Lunedì, 27 Giugno 2022
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Un appello: ritroviamo le parole. A colloquio con Gioacchino Criaco sul suo nuovo romanzo

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Vivere divisi, tra l’Aspromonte e il mare, tra un mondo antico che spaventa e una modernità che divora. Ma forse c’è chi custodisce per noi il senso di tutto

C’è la Montagna, che non è aspra ma lucente; c’è un vecchio che ne custodisce la lingua perduta, con tutte le durezze e le stranezze dei vecchi custodi; c’è un giovane senza padre (ma è una terra che sembra avere perso i padri) che ama il vecchio e il suo mondo – si chiama come lui, con un nome antico da nume tutelare, e nei nomi ci sono interi destini – ma non se ne sente compreso, si sente diviso tra amori e spinte opposte; c’è una formidabile giovane donna, emigrante di ritorno (che bisognerebbe trovarglielo un nome, a «quelli che sono tornati» e oggi sono sempre di più, il contrario degli espatriati, spaesati, restati: rappaesati, ritornanti, neorestanti?); c’è una famiglia segnata da assenze e transumanze; c’è un fratello lontano, all’altro capo del mondo, anche lui preso nel gioco di partenze, sparizioni, ritorni, perché il Sud è un luogo mobile e il vento – libeccio, scirocco – non smette di dirlo, di spingere le vite.

Ci sono le regole e c’è chi va contro le regole, quando sono spietate e indifferenti all’umanità: da Antigone a Lucano, noi magnogreci lo sappiamo bene. C’è una lingua bella come un poema ininterrotto, il greco antico che s’è appaesato e ha preso la forma della montagna, alla quale ha dato il nome più luccicante (e nel fraintendimento di quel nome è scritta una parte della nostra storia attuale). C’è una riflessione sul tempo (quello fermo, quello immobile, quello in falso movimento), sui desideri (quelli truccati da bisogni, che ci trasformano da cittadini in consumatori), sulla responsabilità (a un certo punto Caterina, presenza magica a cui sono affidate alcune tra le più luminose certezze, chiede: «Perché la tua terra va in malora e tu non ne vuoi sapere?»). Ci sono tutti i temi cruciali e dolorosi  dello stare in Calabria e al Sud, oggi – ma funziona per tutte le parti del mondo in cui ci aggiriamo senza riconoscerci – in "Il custode delle parole" (Feltrinelli), il nuovo romanzo di Gioacchino Criaco, africoto e pastore di parole, apostolo dell’Aspromonte, che s’è dato il compito (pazzesco) di raccontarne l’anima antica e, soprattutto, avvertirci di quanto sia indispensabile ritrovarla, saperla ascoltare e riuscire a parlarci per vivere qualsiasi modernità che non ci cancelli, non ci polverizzi, non ci renda “popolo senza parole”.

Lo dice ogni giorno, dalle colonne dei giornali agli schermi social (perché “custode delle parole” è, in fondo, ogni scrittore che ne onori la sacralità e la verità, ovunque accada la sua scrittura), alle conversazioni più informali: fate attenzione, ritrovate le parole per dirlo, anche se le parole sono uno specchio e un rasoio, e a volte sono insostenibili. E allora compito dello scrittore è riportarle nella luce, dare un seguito d’impegno etico all’ “amore travagliato” per la Calabria, per i Sud del mondo.

Il percorso di Andrìa Amèroto (i nomi sono parlanti, primi tra le parole: Andrìa è l’”uomo indomito”, anzi “l’uomo per antonomasia”, aner, e noi strettesi sentiamo subito la parentela profonda con l’altro ’Ndrja, che naviga per sempre lo scill’e cariddi) è uguale e contrario a quello dell’altro protagonista, che lo rispecchia come un’ombra, un oscuro gemello, Yidir, fuggito da una patria amata e inospitale, accolto violando le leggi del codice (ma non quelle dell’umanità). Due modi diversi d’essere “spaesati”: andando e restando, tornando e partendo. Dove essere spaesati vuol dire essere, anzitutto, muti. E allora cerchiamocele, queste parole che potrebbero salvarci, perché capaci d’un incantesimo: rivelarci a noi stessi. Potrebbero anche essere greche: nel romanzo è forte la presenza del grecanico (per cui l’autore ringrazia gli esperti Salvino Nucera e Carmelo Siviglia) non come tratto realistico ma come lingua d’appartenenza e d’affezione, e parte preziosa del “recupero” amoroso d’identità.

Gioacchino, esiste un popolo d’Aspromonte, dici, che non ha più lingua: gliel’hanno rubata, ma l’ha anche persa. Quanto collaborano i calabresi alla propria sventura? Esiste ancora un popolo della montagna?
«C’è un popolo dei boschi, forse più numeroso di quanto si creda. Un baluardo, ancora. Un popolo del disamore, cresciuto nell’esempio che faccio spesso del monte chiamato aspro, ostile, invitando allo scontro, mentre se si fossero conosciute le parole si sarebbe parlato d’un rapporto d’amore, perché la montagna non è “aspra” ma “lucente”, “bianca”. È un popolo a cui hanno provato a togliere le parole, ma non ciò non elimina la responsabilità di essersele lasciate togliere, e di averle accantonate con molta facilità, più perse che rubate. Chi custodisce le parole lo fa per un popolo che le ha perse e vaga come fosse un fantasma negli anfratti delle nuvole».

C’è una cosa molto forte: il dissidio tra restare e andare incarnato nel protagonista e io narrante Andrìa, sempre diviso tra mare e montagna, tra amore e ripulsa. Tu stesso sei uno che se n’è andato ma continua a tornare. Come possiamo restare ma dinamicamente, o andarcene in modo che non sia una rinuncia o un ripudio?
«Il vecchio non fa che una chiamata alla responsabilità. Il mondo del Sud si è sempre costruito grandi alibi per dirsi vittima di poteri troppo “grandi” a cui era impossibile resistere. E invece la resistenza sta nel restare ma anche nell’andare, purché sia capire qual è la propria storia, quale storia essere, e si può essere la propria storia restando ma anche partendo. Impostando un’esistenza di responsabilità che, da vicino o da lontano, possa dare un contributo alla rinascita di questa terra. Non è importante essere sul luogo, ma scegliersi la storia per cui lottare, qualunque sia la distanza, e assumersi la responsabilità di questa storia».

I tuoi protagonisti fanno alcune cose “illegali”, fuori dalle regole. La giustizia delle leggi contro quella universale. In un capitolo però tu parli, con severità, dei «giusti di professione» e della mafia che «tolti i vertici è più stracciona che padrona». E poco oltre dici: «Qua siamo tutti colpevoli per legge, retti e loschi». Non hai paura d’essere accusato d’assolvere le vere anime nere della Calabria e del Sud?
«La convivenza ha sempre bisogno di regole. Il disastro avviene quando una società elabora un proprio sistema di regole, nei millenni, e di colpo quel sistema viene escluso dal contesto, e ne arriva uno diverso, nato in un altro contesto. Tante volte la società calabrese sembra fuori dalle regole: prediamo il caso della filoxenia, l’accoglienza dello straniero, principio qui sacro. L’esempio di Lucano è un classico. Un altro esempio è San Leo, il santo di Africo non riconosciuto come tale: “illegale” tecnicamente, ma non nel nostro modo di credere a una giustizia di natura. La differenza che faccio riguardo alla mafia non significa che la mafia “stracciona” non abbia colpe o responsabilità gravissime, non c’è certo alcuna assoluzione. Ma a quella parte “stracciona” basterebbe insegnare che distrugge la vita degli innocenti ma anche la propria stessa vita. C’è un mondo criminale alto, in connessione coi poteri locali, e una mafia stracciona che si fa la galera e muore. Non ci sono innocenti e colpevoli: ci sono colpevoli che la fanno franca e colpevoli che non la fanno franca».

Nel romanzo s’incontrano tanti tempi diversi: il tempo fermo d’un lutto che non si consuma, d’un passato percepito come favoloso e d’un presente di decadimento; il tempo vecchio di Yidir partito per cercare un tempo nuovo; il tempo di Andrìa, diviso tra il suo sapere di pastore, profondo e identitario, e il suo lavoro mortificante da operatore di call center; il tempo del ritorno di Caterina; il tempo che tu chiami «di Persefone, diviso tra la costa e la montagna», e tutti questi tempi troveranno una loro sincronia. Pensi che la possiamo trovare davvero, oltre la pagina?
«La commistione dei tempi è forse il vero dramma, e la speranza, del mondo del Sud: da noi tutto è mescolato, il 900 e d’improvviso il VI secolo avanti Cristo, poi la guerra di Troia. A singhiozzo, a passo di gazzella e poi di gambero. È un tempo enormemente e pesantemente sospeso. La soluzione e il traguardo è ridare sincronia ai tempi. E chissà che non siano le parole, la chiave per trovare la sincronia dei tempi. Il dramma del nostro popolo è che ha perso le parole, e quindi il rapporto che aveva costruito col mondo che lo circondava. La sincronia dei tempi è un muro a secco, un’armacìa in cui ogni pietra è una nota musicale. Guardare un’armacìa è suonare uno spartito musicale, raccontare una storia straordinaria, declamare una poesia. Noi abbiamo bisogno di quella poesia fatta di pietre e di parole. Noi ritorneremo a essere un popolo in armonia con se stesso e la propria terra quando nella bocca di ciascuno rifiorirà quella poesia».

Ci sono mostri reali che tu evochi: la centrale a biomasse, i parchi eolici, il furto delle acque. Tu pensi che i calabresi abbiano idea chiara della loro potenza?
«I calabresi hanno poco chiaro cosa sia la Calabria. La prova l’ho avuta l’anno scorso: gli incendi in Aspromonte, si è perso forse un quarto del patrimonio boschivo. Bruciava, per giorni, e i calabresi erano indifferenti a una tragedia che distruggeva vite che avevano migliaia di anni. I calabresi sono ignari del patrimonio immenso che la nostra terra e alcuni folli hanno conservato per noi. E girano lo sguardo da un’altra parte: alcuni lo fanno per viltà, alcuni per interesse, ma molti per ignoranza. Tante cose minacciano quel mondo straordinario. Il mio “custode” è fissato con le dighe: la sottrazione dell’acqua che è il bene primario della montagna (e ora è diventato il bene primario dell’umanità). L’Aspromonte ha una grandissima ricchezza d’acque, da cui noi non sappiamo trarre beneficio. Abbiamo abbandonato, colpevolmente, i nostri modelli culturali, per aderire acriticamente a modelli culturali lontanissimi, di consumo o arricchimento. Non dobbiamo stare nel passato, certamente, ma noi dobbiamo andare nel futuro coi nostri piedi, la nostra testa, la nostra umanità, alcune delle nostre regole, la nostra cultura. Noi dobbiamo essere interlocutori del mondo occidentale, non ingranaggi d’un modello solo economicista. Dobbiamo stare nel futuro da popolo dei boschi, senza senso di inferiorità. Spesso ci siamo creati l’alibi che non ci hanno voluto ascoltare; in realtà non siamo stati abbastanza bravi, intelligenti e resistenti da lottare per alcuni nostri principi che sarebbero stati un bene per tutti, non solo per noi. Il libro è un libro di mondi ed epoche in cui tutto si mischia, che sta nella nebbia ma in cui la nebbia si dissolve quando arriva la consapevolezza, l’assunzione di responsabilità, quando noi ci riconosciamo in una storia e diventiamo quella storia. Ed essere una storia è andare nel futuro».

La tua parola preferita, da regalare, da lasciare nell’aria e vedere quale vento se la porta.
«Come dicevano i miei vecchi, specie le donne, in grecanico: agapuci, “amorino, amoruccio”. L’attimo di tenerezza in cui queste persone riservate, abituate a soffrire e non esprimere i sentimenti, si lasciavano andare. Non è il “ti voglio bene”, è un aprirsi, consegnarsi totalmente all’altro. Donarsi all’amore. Una cosa che oggi non si sa più».

Magari ritroveremo anche quest’amore, Gioacchino.

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