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L’ “altro Meridione” di cui essere orgogliosi: parla lo storico reggino Giuseppe Caridi

Il suo ultimo saggio è centrato su una grande figura calabrese: il cardinale Fabrizio Ruffo

Sono state tra le poche grandi casate feudali, i Ruffo di Calabria, ad aver mantenuto, ancora nel Settecento, una forte influenza nel panorama politico del Regno di Napoli. Delle vicende di questa famiglia il professore e storico reggino Giuseppe Caridi, ordinario di Storia moderna e presidente della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, intellettuale dal molteplice impegno, interessato soprattutto a cambiare la percezione della storia del Meridione, si era occupato un trentennio fa in uno dei suoi primi volumi «La spada, la seta, la croce. I Ruffo di Calabria dal XIII al XIX secolo», ma senza soffermarsi sulla figura del cardinale Fabrizio Ruffo e sulla sua spedizione sanfedista. Oggi, invece, ad arricchire la sua copiosa e qualificata produzione, è proprio la biografia di questo controverso quanto straordinario personaggio: «Il cardinale Ruffo e la straordinaria avventura del 1799» (Rubbettino).

«Nell'ultimo decennio, i miei interessi storiografici si sono orientati alla ricostruzione della vita e dell'opera di personaggi di rilievo internazionale che avevano lasciato tracce importanti anche nel Meridione d’Italia, da Carlo III di Borbone a San Francesco di Paola, da Alfonso Magnanimo a Ferrante d'Aragona. Concluse le biografie di quest'ultimi sovrani – spiega il professor Caridi – ho ripreso l'idea di dedicare un volume al cardinale Fabrizio Ruffo. Ho seguito le vicende dalla nascita sino alla felice conclusione della sua spedizione, diventata il punto di riferimento di altre insorgenze antirivoluzionarie; il suo è stato un contributo determinante al ritorno di Ferdinando IV di Borbone sul trono di Napoli».

Dunque, un volume che porta all'attenzione del lettore un personaggio calabrese – nato a San Lucido nel 1744 – che, pur oggetto di interpretazioni contrastanti, diventa protagonista di «un'avventura straordinaria». «La spedizione del porporato calabrese si configura come un’avventura straordinaria perché, nominato dal re vicario generale, giunto da Messina a punta Pezzo, si apprestò a partire per la sua spedizione con pochi uomini, senza armi e senza mezzi finanziari, supporti fondamentali che gli erano stati permessi dai sovrani borbonici rifugiati a Palermo sotto la protezione della flotta inglese guidata dall'ammiraglio Orazio Nelson. Le promesse non erano state però mantenute e, malgrado ciò, Ruffo decide ugualmente di compiere quella che sembrava una missione velleitaria per prevenire il diffondersi del giacobinismo repubblicano anche nelle città di Reggio, Scilla, Bagnara e Palmi, fino ad allora fedeli alla monarchia e che nelle intenzioni del cardinale dovevano fungere da base per la sua impresa».

Ed arriva lo sbarco in Calabria. Aggiunge l'autore: «Dopo avere inviato subito lettere a parroci e vescovi perché gli procurassero masse di volontari, Fabrizio, per motivare i suoi corregionali, decide astutamente di inserire nello stendardo il simbolo della croce ad indicare che si combatteva non solo per la restaurazione borbonica ma soprattutto per la difesa del Papa che era stato imprigionato dai Francesi. Ruffo era stato nelle grazie del pontefice, che nel 1785 gli aveva affidato il prestigioso incarico di tesoriere dello Stato della Chiesa, equivalente a ministro dell'economia, e lo aveva poi nominato cardinale».

Il cardinale Ruffo è stato sottovalutato a lungo mentre il suo lavoro va in direzione decisamente opposta.
«Lo scopo è quello di mettere nella giusta luce la sua spedizione, su cui i giudizi sono contrastanti. I suoi detrattori scrittori repubblicani lo hanno dipinto come un capobanda sanguinario senza scrupoli laddove, invece, i cronisti suoi seguaci ne hanno esaltato le doti politiche e la capacità organizzativa confutando le accuse di cui era stato oggetto. Il messaggio che tale impresa ci tramanda – evidenzia Caridi – è quello della tenacia che consente di superare ostacoli ritenuti insormontabili, della determinazione e fiducia nei propri mezzi per raggiungere obiettivi straordinari come, appunto, la riconquista di un Regno».

Il suo volume è stato oggetto di presentazioni in numerosi centri meridionali, pensa di allargarne la conoscenza?
«Sicuramente. Si tratta di un personaggio rimasto a lungo in un cono d'ombra e la cui spedizione sanfedista è pressoché ignorata o trattata molto superficialmente dai manuali scolastici. I miei interlocutori sono anzitutto i meridionali che devono prendere coscienza del nostro passato, il cui ricordo non deve limitarsi al solo periodo luminoso della Magna Grecia ma dove anche nei secoli successivi operarono con grande impegno e determinazione personaggi di notevole rilievo come appunto il cardinale Ruffo. Compito dello storico, a mio avviso – conclude il prof. Caridi – è quello di divulgare il più possibile i frutti delle sue ricerche e additare esemplari modelli di operosità e competenza. Bisogna contribuire infatti mediante la cultura a superare quel complesso di inferiorità che purtroppo ancora sembra piuttosto diffuso, mediante la ricostruzione di un passato del Sud di cui si può senz'altro essere orgogliosi».

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