Sabato, 28 Gennaio 2023
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SULLA RIBALTA

Filippo da Piacenza. Il Re e la Reggina

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Il libro mastro del calcio racconta di un ragazzo di nome Filippo da Piacenza. Pippo per gli amici, SuperPippo per chi nei suoi gol ha visto la sublimazione di poteri da supereroe. Quelli che in tanti neanche immaginavano. Perché Filippo in realtà il fisico da supereroe non lo ha mai avuto. Gracilino, tecnica non eccelsa (ma non diteglielo perché ancora oggi si arrabbia), sì d’accordo veloce e furbo ma cosa vuoi che sia al cospetto dei mostri. Eppure al capitolo successi si legge 316 gol in 694 partite ufficiali, con una media di 0,46 gol a partita, Mondiale, Champions League, Coppa Intercontinentale, Supercoppa Europea, scudetti, Coppa Italia, Supercoppa italiana, classifiche dei capocannonieri. Altro che supereroe, qui siamo quasi alla beatitudine.

Un giorno di lui tale Josè Mourinho da Setubal raccontò la parabola del nemico... prodigo: «In un match entrò a mezzora dalla fine e fece due gol. Al termine lo abbracciai e gli dissi: “Non ti arrendi mai, in 10 minuti hai cambiato la storia”. Quando incontravo le sue squadre l’unica cosa che mi auguravo era che lui non giocasse».
La sintesi perfetta l’ha regalata Arrigo Sacchi con un’iperbole: «Se in un campo di calcetto, si giocasse una partita 200 contro 200, state certi che il primo gol lo farebbe Inzaghi».
Chi lo ha conosciuto come papà e mamma, ovvero Adriano Galliani, l’ha sublimato con poche parole e un aggettivo: «Io Inzaghi lo prendo in giro... È l'unico giocatore al mondo che a un metro dalla porta ha tirato di piede e ha segnato di testa. Non aveva il talento per fare ciò che ha fatto, l'ha fatto perché è maniacale».

La chiosa di Vincenzo Montella è una sorta di litote alla voce “complimenti”: «Se scomponi il centravanti Inzaghi trovi ben poco di interessante. Non aveva dribbling, non aveva tiro da fuori, non aveva colpo di testa. Però lui nel suo lavoro ci ha messo tenacia, leadership, rabbia. Ecco perché diventerà anche un grande allenatore».
E siamo a oggi. Filippo da Piacenza vive nel regno di Calabria e della contea di Reggio è ormai il cuore impavido. Non ci sono i gol di una volta ma resta maniacale, tenace, leader con quella rabbia che solo gli eletti hanno. È nato per il calcio o forse il calcio è nato per gente come lui (il Dna non tradisce, vedere Simone).
Lo incontriamo in una mattina di dicembre, la sua Reggina è seconda: 11 vittorie, 3 pareggi, 5 sconfitte. Miglior attacco. Tre punti dal Frosinone, tre punti sul Genoa. Lo scortano il responsabile della comunicazione Giuseppe Sapienza e l’addetto stampa Ferdinando Ielasi. Sul tavolo la maglietta amaranto “Gazzetta del Sud” con il 23. Pippo ricorda la chiamata di Saladini e del presidente Cardona e i tanti “non fare fesserie, ma chi ti porta a Reggio Calabria”. Oggi come ieri sa che nessuno avrebbe accettato e forse per questo lui ha accettato. Troppo difficile, troppo bello. Ricorda la prima chiacchierata con Menez: «Sei impresentabile, adesso stai fuori dal gruppo. Ti alleni da solo. Se mi dimostri che torni un giocatore allora rientri in squadra». È tornato. Menez che alla mente richiama per assonanza Aschenez, fondatore di Reggio secondo gli storici antichi. Ma lì siamo alle origini. Oggi c’è re Filippo da Piacenza. Il re e la Reggina.

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