Lunedì, 08 Agosto 2022
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Guerra in Ucraina, l’eroico viaggio del parroco venuto da Palmi FOTO

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Davanti a lui aveva la strada che lo divideva dai suoi bambini. E dal vetro anteriore del pulmino sembravano scorrere quei versetti del Vangelo che invitano all'azione: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Don Giuseppe Tedesco della parrocchia di San Giuseppe di Busto Arsizio è il prete che proprio nei primi giorni del conflitto ha fatto parlare tutta Italia di sé, rispondendo all'accorato appello di aiuto dei bambini che volevano scappare dalla guerra.
Un uomo di Dio che affonda radici non troppo lontane a Palmi, considerando che proprio suo papà è un emigrato dal cuore grande che non ha mai dimenticato la sua terra. E che, di fatto, è diventato un nonno per i bambini ucraini: «È vero – esclama con tono sorpreso non appena gli evidenziamo le sue origini meridionali – sulla carta d’identità c'è scritto che sono nato al Nord, ma papà Rosario è un emigrato, innamorato della Calabria, a cui credo che farà immenso piacere sapere che qualcuno si è ricordato di questo forte legame della nostra famiglia».
Ben prima dei rumori di guerra, e poi del drammatico scontro che da quasi due settimane dilania l’Europa dell’Est, i bambini di Chernobyl frequentavano la comunità di Busto Arstizio e l'oratorio. I piccoli che sono nati e cresciuti in un ambiente contaminato, approdavano infatti periodicamente in Italia sia per il risanamento terapeutico che per respirare aria salubre. E qualcuno di loro veniva accudito direttamente e con tanto affetto proprio dai Tedesco: «Quando è scoppiata la guerra – racconta il parroco – io ho ricevuto il messaggio di uno di loro che tra l'altro è stato ospite con suo fratello della mia famiglia, quindi curato e accolto non solo da me, ma pure da mia sorella e dai miei genitori. Il primo messaggio del bambino, orfano di mamma, è stata la richiesta di una preghiera. Cosa che mi tocca particolarmente considerando che suo papà è un prete ortodosso, quindi un mio confratello. L'indomani mi ha mandato un altro messaggio nel quale mi avvisava che stavano partendo per la Polonia con il padre e altre due bimbe».
Don Giuseppe, a questo punto, non ha avuto dubbi perché quelli che considera i suoi familiari non potevano essere lasciati soli. I ragazzi, intanto, da Chernobyl riuscivano a raggiungere un primo varco di confine con la Polonia ma lo trovavano chiuso e così erano costretti a scendere per 90 chilometri. Per tutti un un sospiro di sollievo quando, finalmente, individuavano un varco libero ma una coda lunga li attendeva. All'orizzonte un loro zio li ha visti, presi e portati a Lodz. Cammin facendo la comitiva si è inevitabilmente allargata con don Giuseppe che ha teso una mano anche a due mamme e una neonata: «Prima di partire dall'Italia – continua – ho chiamato la questura e fortunatamente la loro documentazione era nota come quella di noi famiglie ospitanti. Spesso mi capita di pensare al cuore di questo padre che ci ha affidato i suoi figli con una lettera e che quando ha capito che il conflitto si avvicinava me li ha consegnati. E non appena li ho visti, e il più grande dei fratelli mi ha accolto con un sorriso bellissimo, gli ho detto abbracciandolo: “Te lo avevo promesso”».
È stato un viaggio avventuroso, che non finiva mai, lungo tremila chilometri tra andata e ritorno. In due giorni attraversata mezza Europa (Germania, Svizzera, Austria) prima di tornare nella città in provincia di Varese.
Don Giuseppe non si aspettava tutto questo clamore, anzi la luce della ribalta, è qualcosa che non ha mai cercato nella sua vita: «Credo che questa storia ci insegni che se si vuole, si può. Ora però bisogna fermarsi a riflettere e agire con ragione e cuore. Io spero che si arrivi presto alla pace o quantomeno a una tregua, che permetta ai civili di fuggire. E poi in campo lungo, a pace avvenuta, si pensi a far rimpatriare questi ragazzi. Perché, vedete, il lavoro non è semplice, i bambini numericamente sono aumentati e con la politica locale stiamo già studiando un progetto di integrazione, scolarizzazione e assistenza».
Per il prete che custodisce Palmi nel suo cuore questi sono davvero gesti potenti che dovrebbero essere replicati ovunque: «Chi può deve fare del bene. Io mi rendo conto che ci sono delle situazioni più facili che lo permettono, altre meno, ma di sicuro tutti possono e devono compiere la loro parte. Anche la Calabria sa sicuramente essere protagonista, come altri luoghi, di gesti e azioni che possono fare la differenza. Noi come famiglia, come comunità, lo stiamo facendo. E pensate che papà, ex dipendente comunale in pensione, oggi ottantenne, ha aperto le porte di casa sua con entusiasmo. Infatti, è lui, lo ribadisco, che con mia mamma e mia sorella si prende cura del ragazzo che ha lanciato l’Sos e di suo fratello. E si fa chiamare orgogliosamente nonno. Il mio auspicio, però, è che la carità e la solidarietà diventino abitudine perché questi fatti ci ricordano quali sono i veri valori di un uomo e di un cristiano».
Don Giuseppe non si sente un eroe, ma un uomo che ha risposto semplicemente alla vocazione di Dio, e prima di tornare a celebrare la messa, colui che lo ha sostituito quando era impegnato nella sua missione, gli ha fatto notare che la messa lui l'ha celebrata ugualmente. Ma in un luogo diverso. Un pulmino, appunto, che è diventato un simbolo meraviglioso di accoglienza, amore disinteressato e di un Vangelo vivente.

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