Sabato, 31 Ottobre 2020
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L'INTERVISTA

Elif Shafak: "La letteratura? Per me è un atto di resistenza"

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«L’arte di raccontare storie è molto importante in un mondo così polarizzato, dove è difficile persino la conversazione. Come scrittrice sono molto interessata alle storie, ma anche ai silenzi. Vorrei ridare voce e umanità a coloro cui sono state tolte. Credo che la letteratura in questo senso sia un atto di resistenza». Così ha detto in diretta streaming da Londra con il teatro di Alba la vincitrice della decima edizione del Premio Lattes Grinzane 2020, la scrittrice turca Elif Shafak, classe ’71.

È una città liquida, dove vanno a finire i sognatori e gli infelici, dove il vecchio e il nuovo, il reale e il surreale si amalgamano la sua amata Istanbul, un luogo in eterno movimento e in eterna dissoluzione, che tiene alla propria amnesia. Protagonista, con i suoi profumi, le sue strade, la sua gente capace ancora di sognare, del romanzo “I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo” (Rizzoli, traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani), con la voce narrante di Leila Tequila, giovane donna appena morta di morte violenta che rappresenta, nonostante sia vittima di pregiudizi e abusi, l’anima sensuale e creativa di Istanbul. Ma nella sua breve vita Leila non ha rinunciato alla speranza, all’amicizia, all’ironia, alla gioia di vivere. E ha avuto cinque formidabili amici che non l’abbandonano mai.

La Shafak, che è nata a Strasburgo e oggi vive a Londra, è una femminista (già autrice nel 2012 di “La bastarda di Istanbul”, nel 2013 di “La casa dei quattro venti, nel 2016 di “Tre figlie di Eva”, tutti Rizzoli) che usa le armi della parola e per questo non può tornare nel suo paese, anche se – dice – si sente una cittadina del mondo.

Questo libro inizia con una morte brutale, quella di Leila, eppure il romanzo trabocca di vita.

«Sì, questo libro affronta temi delicati, le molestie sessuali, le discriminazioni di genere, la violenza, ma vi si ribadisce il valore prezioso della vita, perché celebra la sorellanza, l’amicizia, l’amore e le piccole cose che condividiamo. Non è facile abitare nel mondo per chi sta al margine e neanche la famiglia è un luogo sicuro. Anzi, io distinguo due tipi di famiglia: una è la famiglia di sangue, che quando c’è amore e rispetto, allora è un bene. Ma non sempre è così e per chi non ce l’ha subentra la famiglia d’acqua, come quella che lega i cinque amici di Leila. Io ne ho viste di famiglie così a Istanbul, ho visto solidarietà e sorellanze proprio tra le persone che vivono ai margini».

Lei scrive che Istanbul è una città liquida. Qual è la condizione femminile sotto il governo Erdogan?

«La Turchia in questi anni è regredita prima gradualmente poi più velocemente, ed è caduta in una serie di problemi, autoritarismo, nazionalismo, fondamentalismo, terrorismo di matrice islamica. E quando aumentano queste cose, i diritti delle donne e quelli LGBT vengono meno, con la violenza come conseguenza. Anni fa la Turchia aveva firmato la Convenzione di Istanbul, ma ora ha fatto passi indietro rispetto ad essa. Da scrittrice e femminista, sono molto preoccupata per il fatto che il mio paese vada indietro mentre crescono patriarcato e omofobia».

Lei scrive che a Istanbul vecchio e nuovo, reale e surreale si amalgamano. Anche la sua cifra di scrittura si muove tra reale e surreale?

«Grazie per la bella domanda. Cerco di combinare aspetti contrapposti, unire le contingenze politiche con gli aspetti magici, la tristezza con la felicità. Istanbul è una città enorme, ipnotizzante, affascinante, una grande ispiratrice di storie, molte delle quali ancora da raccontare. Una città millenaria con una storia multipla, ma i suoi abitanti non ne hanno memoria. Istanbul è popolata da amnesia collettiva. Perciò scrivo della dualità tra ricordi e amnesia che la caratterizza».

Istanbul sta tra Oriente e Occidente, tra presente e futuro. La Turchia è pronta per l’Europa e l’Europa è pronta per la Turchia?

«Nel passato si è intravista la possibilità di entrarci, nei primi anni 2000. Ma quell’ottimismo si è perso. Forse potrebbe tornare ma al momento le relazioni sono ridotte ai minimi termini. Oggi la società civile, la democrazia turca è stata frammentata e schiacciata. Sono in carcere giornalisti, accademici, intellettuali, vignettisti. Ma dobbiamo fare attenzione a non confondere il governo con le persone; in Turchia ci sono molte persone dalla mentalità aperta ma il governo no. Perciò dico che le donne e le minoranze sono pronte per l’Unione Europea, il governo no».

Tornerà in Turchia? E se sì come immagina il suo ritorno?

«Questa è una domanda che richiede molto sforzo per rispondere. Ho un grande attaccamento al mio Paese, alla sua storia, ai suoi profumi, ai suoi colori, alla gente, tutte cose che mi fanno venir voglia di tornare, ma al momento non posso. Però io credo fortemente nell’appartenenza multipla: amo Istanbul, ma sono vicina ai Balcani, alla Siria, all’Egitto, alla Giordania. Sono europea, sono nata a Strasburgo e vivo a Londra. E nonostante la May abbia detto che i cittadini del mondo non appartengono a nessun Paese, in realtà credo che appartengano a tutti. Io mi sento multipla».

Il suo nuovo libro, “Non abbiate paura” s’incentra sul tema della cultura come mezzo per abbattere i muri.

«Il titolo in inglese è diverso, suona così: “Come rimanere sani in un’epoca di divisioni”. E su questa ultima parola vorrei porre l’accento. Ci sentiamo inutili, schiacciati dal panorama che abbiamo davanti. E in questa epoca di rabbia, di confusione, c’è un pericolo, quello posto in atto dai demagoghi, portavoce del populismo, che rispondono ai problemi con risposte false a domande false. Ma i problemi queste persone li peggiorano e chi li ascolta permette loro di portare avanti le loro istanze. Però, dall’altro lato ci sono i movimenti di protesta, di tanti giovani, sempre più numerosi. Insomma vedo molto potenziale anche se non molto equilibrato con il potere».

Come sarà il mondo dopo Covid?

«Credo, purtroppo, con muri più alti, più disoccupazione, più terreno fertile per populisti e demagoghi».

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