Giovedì, 19 Maggio 2022
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IL POETA

Tremare assieme: ecco come l'amore ci salva. A colloquio con Franco Arminio

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Oggi incontrerà i lettori a Reggio, nella Calabria che ama. Il suo ultimo libro è una chiamata collettiva all'esercizio della meraviglia, della fragilità, della presenza
Franco Arminio, Sicilia, Reggio, Cultura
"Una civiltà si rianima partendo dagli occhi". Una foto di Franco Arminio

Esercizi di tremore, di presenza, di soprassalto. Esercizi di batticuore, di fragilità, di meraviglia. Le poesie di Franco Arminio, poeta nomade eppure solidamente radicato, poeta pellegrino e portatore – ovunque, ma meglio nei luoghi spogliati dal presente, silenziosi, che si sarebbe tentati, sbagliando, di definire abbandonati – d’un tenero e severo appello ai corpi, alle mani, agli occhi: apritevi, protendetevi, accogliete.

Un appello che si sposa, indifferentemente, alla musica di Brunori Sas e alle trasparenze dell’Opera di Tresoldi, alla piazza scrostata d’un paese irpino e alla platea fitta d’un festival metropolitano. Perché quando la voce d’un poeta si leva, immediatamente nasce – attorno alle sue parole – una comunità: è l’ “intimità provvisoria” ma profonda in cui la sua poesia che è, assieme, intima e civile, politica e amorosa, nasce e si propaga, virus benefico e principio di cura d’un mondo che aggiunge malattie vecchie a nuovi morbi.

L’ultimo libro di Arminio, appena uscito per Einaudi, è l’intenso “Studi sull’amore”, e non è un caso che la sua prima tappa si compia in una delle terre che più il poeta ama, e in cui torna spesso, la Calabria. A Reggio, dove nel 2019 ha ricevuto il Premio Rhegium Julii, stasera Franco Arminio incontrerà – al “Cartoline Club” di via Aschenez – i suoi lettori. Ma forse definirli “lettori” è riduttivo: è piuttosto, ogni volta, una comunità chiamata a raccolta, convocata per condividere, anzi per creare assieme lo spazio sacro della parola e dello sguardo, in un atto di premura e guarigione collettiva.

Amore, parola, sguardo, sacro, cura: sono i fili rossi della poesia di Arminio, un progetto cominciato quasi quarant’anni fa e passato attraverso una trentina di opere e molte fasi diverse, la nicchia e la paesologia, il dialogo coi grandi maestri e l’abbraccio coi lettori, la scoperta della rete e il suo uso – paradossale – per affermare la supremazia dei corpi e della presenza. E adesso questi “studi” che sono un compendio e una raccolta: nella poesia di Arminio tutto si richiama e si corrisponde, i versi hanno una vita propria, che si modifica e si riallinea e si riaccende.

«L’amore è sempre stata una cosa che ho frequentato. I libri si fanno e alcuni fili tornano in altri maglioni: questo è un libro più ambizioso». Dove si radunano specie diverse di amore – «per l’Altro, per i figli, per la madre, per i luoghi» – e sguardi all’amore degli altri, «ad amori conosciuti, Manganelli e la Merini, Scotellaro e la Rosselli, Pasolini: scrittori che amo e di cui ho provato a raccontare le storie in versi. Io non canto l’amore per una sola donna – dice Arminio – : questo libro guarda agli amori, alle intimità provvisorie, ai momenti anche molto piccoli ma molto intensi che possiamo avere con gli altri. L’energia della vigilia, il potere delle conversazioni, di uno sguardo, di un incontro anche fugace. Dobbiamo curare di non perdere mai la sensualità: chi fa una vita lirica mantiene dentro una sensualità che fa bene al mondo. Un occhio bagnato dal desiderio fa bene al mondo».

E non pensiate che la lirica smaterializzi l’impegno: «Questo libro è un canzoniere degli amori, ma ha anche una postura sovversiva e fondamentalmente anticapitalista». Che a volte non viene compresa, come ogni lotta alle «forme vecchie in cui cerchiamo d’imbottigliare sentimenti nuovi». E quanto è rivoluzionaria, poi, la fragilità: «Si compie – dice Arminio, con la sua dolce e un po’ dolente parlata irpina – questa mia passione per portare la poesia a tutti, la mia parola intimamente commossa, drammatica, spaventata. Io ho una mano che vuole raggiungere un’altra mano, ho un tremore che vuole connettersi al tremore dell’Altro. Io spero che questo libro sia un ulteriore incentivo a desiderare, a cercare l’amore, in questo mondo così immiserito, così desacralizzato, l’amore ci può dare un senso: nel corpo dell’altro c’è il sacro, se lo sappiamo raccogliere, leggere, indagare».

E riportare il sacro è la missione, lirica e politica. Specie in questo momento in cui «è evidente a tutti che l’amore è impedito, ed è più potente ancora, grazie a questa costrizione. La bocca per ora è in castigo. Io conoscevo il mondo con la bocca, come i bambini». Come i poeti.
Anche guardare è un esercizio di appropriazione, un bacio che conosce e incorpora. Chi lo segue su Facebook, dove ogni giorno raduna “comunità provvisorie” foltissime, sa che l’altra attività poetica di Arminio è scattare fotografie. Bottiglie vuote, sedie di paglia, soglie disadorne, muri sbrecciati con fiori di muffa, strade di paesi immersi nel silenzio.

La bellissima immagine di copertina è sua. «Sto facendo un libro di fotografie, tutte sul mio paese, il luogo su cui ho posato più spesso lo sguardo. Se c’è potenza nel mio sguardo è comunque una potenza che si posa su cose minime, deboli, che stanno ai margini. Già Bisaccia è un luogo marginale, e mi piace far vedere pezzi di mondo dove esistono piccole creazioni: una sedia fuori dalla porta, un vaso, una pietra. Il mio maestro in questo, nel modo di guardare, è Gianni Celati».

Il minimo e l’immenso, il minuscolo e l’infinito, la lotta e l’abbandono: «In me ci sono questi due fili: quello pasoliniano, quello della militanza, del guardare il mondo e indicarne glorie e miserie, e combatterle, il filo diurno. E poi c’è quello leopardiano, notturno. C’è un Arminio ad occhi aperti e un Arminio ad occhi chiusi: perché alcune cose si possono vedere solo a occhi chiusi. E nell’amore c’è la bellezza del guardare l’altro ma anche dell’abbracciarlo a occhi chiusi. L’amore è il luogo in cui questo doppio sguardo si esercita: perché l’Altro non va scrutato analizzato e giudicato, ci vuole l’abbandono all’Altro».

L’amore, dunque, come luogo magnetico in cui ogni nostro doppio può ritrovarsi e comporsi: «Capacità di attenzione e premura ma anche di vedere l’altro come un frammento di infinito. Noi non siamo che infinito: e ciò che è meno dell’infinito in fondo è un po’ banale». E ancora un doppio: «l’attenzione alla minuzia, all’ordinario, e assieme l’esaltazione dell’infinito che c’è nell’ordinario. L’amore mi sembra un ottimo luogo per incrociare, intrecciare questi due fili. E incrociare la meraviglia e lo sgomento: la bellezza e lo spavento per la precarietà, e l’enorme quantità di dolore che circola dentro le cose, dentro me stesso. L’amore è anche il racconto della difficoltà, dell’incapacità dell’amore».

Ancora la fragilità come cifra preziosa che ci consente di riconoscerci, e che proprio lui, il poeta, sperimenta per primo: «Pratico la fedeltà ai miei disagi. Tutti dobbiamo esibire la nostra debolezza, senza per questo pretendere che tutto il mondo accorra al nostro capezzale. Esibire la fragilità è essa stessa cura: un esercizio di autoguarigione. Il primo gesto è di dare attenzione. Se l’umanità avesse questa postura sarebbe un’umanità di cura. Stiamo perdendo il corpo sociale: vagano io slacciati, senza relazioni profonde con gli altri, preoccupandosi solo della propria vicenda. Bisogna percepirsi come frammenti di un corpo sociale, e come pezzi di natura. E la cura, oggi, è anche questo: per un albero, un animale. Ma anche per una cosa, un lampione, una presenza. L’amore comprende anche questo». Come ignorare questo appello?

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