Mercoledì, 21 Novembre 2018

'Ndrangheta, tre arresti a Laureana di Borrello: sono condannati nel processo "Lex" - Foto e Video

Associazione di tipo mafioso ed intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agito con la finalità di agevolare la ‘ndrangheta: sono queste le accuse che hanno portato in carcere tre persone a Laureana di Borrello. Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro, con la collaborazione dello Squadrone Eliportato Cacciatori Calabria di Vibo Valentia. L'ordinanza di applicazione di misure cautelari in carcere è stata emessa dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Gip su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia Reggina diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri.

A finire in manette Alberto Chindamo, di 30 anni, Giovanni Sibio, di 29 anni, e Francesco Lamanna, di 32 anni, tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso ed intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agito con la finalità di agevolare la ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale denominata Locale di Laureana di Borrello - formata dalle famiglie “Ferrentino-Chindamo” e “Lamari” - operante nel Comune di Laureana di Borrello e in quelli limitrofi con ramificazioni in tutta la provincia reggina ed in altre province della Lombardia.

Il provvedimento arriva dopo l'esito del processo scaturito dall'operazione "Lex" del 3 novembre 2016, condotta dalla Compagnia Carabinieri di Gioia Tauro sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci e del sostituto procuratore Giulia Pantano della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, le cui indagini avevano consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico di 42 indagati in quanto ritenuti intranei, o comunque vicini, alle cosche di ‘ndrangheta attive nel territorio di Laureana di Borrello ed altre città italiane.

In particolare le attività investigative avevano permesso di far luce su una serie di episodi criminosi a partire dal mese di giugno del 2014, dai quali erano emersi chiari elementi indizianti circa l’operatività e l’efferatezza dell’azione criminale di un sodalizio attivo in quell’area ed in grado di esercitare un controllo di tipo mafioso sull’intera comunità. I fermi, emessi in via d’urgenza anche per l’esistenza del concreto pericolo di fuga di alcuni indagati, avevano quindi consentito di assicurare, in poco tempo, alla giustizia soggetti ritenuti avere ruoli di vertice in seno alle cosche “Ferrentino-Chindamo” e “Lamari”, quali articolazioni autonome dell’associazione per delinquere di tipo ‘ndranghetistico nota come “Locale di Laureana di Borrello” del Mandamento Tirrenico, con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre province del Nord Italia e segnatamente Milano, Varese, Pavia e Como. In quella circostanza.

Inoltre, era stata avvalorata dalla Procura Antimafia l’ipotesi investigativa per cui il Comune di Laureana di Borrello fosse stato, da anni, un ente per certi aspetti soggetto ai condizionamenti da parte cosche di ‘ndrangheta locali che, grazie alle compiacenze di alcuni politici, erano riuscite ad ottenere l’aggiudicazione di alcuni appalti comunali, facendo leva anche sui rapporti, stretti e continuativi, riscontrati tra gli affiliati alle cosche ed alcuni esponenti della politica locale di Laureana di Borrello.

Di qui la pronuncia del Tribunale di Reggio Calabria che lo scorso 16 ottobre ha emesso una sentenza di condanna nei confronti degli imputati, odierni arrestati. In particolare, Alberto Chindamo, è stato condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione, quale capo, promotore ed organizzatore dell’associazione, con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni delittuose da compiere e con compiti operativi nel settore delle armi e danneggiamenti, deputato a tenere i rapporti con le figure apicali delle altre articolazioni territoriali della ‘ndrangheta. Giovanni Sibio è stato condannato a 10 anni e 8 mesi, quale partecipe alla cosca Chindamo – Ferrentino, con compiti operativi nel settore delle armi, essendo l’armiere della cosca, e nel settore della coltivazione e vendita di sostanze stupefacenti, ed a completa disposizione degli interessi della cosca, cooperando con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo. Infine, Francesco Lamanna è stato condannato a 11 anni di reclusione, quale partecipe alla Cosca Lamari, dopo una precedente “vicinanza” all’altro gruppo criminale mafioso dei Chindamo – Ferrentino, nel cui interesse era stato anche intestatario di una ditta edile (Dima Costruzioni, con sede a Voghera), con compiti operativi anche nel settore delle armi ed addetto al controllo del territorio in veste di “picciotto di giornata”, delegato a riferire al capo Lamari Enzo gli spostamenti sul territorio anche dei componenti della cosca contrapposta.

Gli arrestati si trovano adesso nella Casa Circondariale di Reggio Calabria, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

© Riproduzione riservata

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