Lunedì, 27 Settembre 2021
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Sullo Stretto c'è Efesto: la straordinaria storia di Fabio Pilato, scultore del ferro e del mito

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Fabio Pilato, scultore del ferro, mi ricorda Stefano D’Arrigo. Questo per dire subito che siamo lontani da una realtà comune e quotidiana, ma entriamo nel mondo dei miti – siano essi quelli classici dell’antichità greca, fra sirene, Scilla e Cariddi, come anche quelli moderni di “Horcynus Orca”, cioè della “fera”, di ‘Ndria Cambria e Ciccina Circé – o delle leggende popolari che narrano di Colapesce e della Fata Morgana. Ma per dire soprattutto che, come lo scrittore che ha dedicato l’intera vita al suo “monumentale” (aggettivo qui non casuale) romanzo, anche Pilato ormai si identifica per intero con le sue opere, i pesci che popolano lo Stretto, sempre più grandi e impossibili, e con il sogno che essi possano essere ospitati in un Museo del Mare, degna celebrazione dello Stretto, spesso fin troppo trascurato in questa città, per una sorta di masochismo abituata in centro a nasconderlo invece che a viverlo.

Così sembrerebbe che Efesto (per i Romani Vulcano), il dio del fuoco, delle fucine, della scultura e della metallurgia, abbia lasciato le viscere dell’Etna (dando ai Ciclopi gli ordini necessari per continuare la serie infinita delle eruzioni) e si sia trasferito a Faro Superiore, contrada Pomarelle, dove ha ricreato il suo amato fuoco per lavorare il ferro con forgia, incudine, cannello, martello, saldatrice, maschera e altro ancora. E come succede quando un dio decide di manifestarsi ha preso sembianze altre, appunto quelle dello scultore Fabio Pilato. So bene che tutto questo sembra un’esagerazione, ma si tratta di una storia umana che va oltre i confini riservati all’uomo, in una sorta di “follia artistica”, in cui la visionarietà è la proiezione del possibile e ogni traguardo diventa subito troppo piccolo di fronte al prossimo impegno.

Così Pilato ha appena pronto lo squalo “Pasqualina”, cinque metri di scultura ancora da presentare, che già sogna a occhi aperti la balena “Coda Mozza”, che di metri dovrebbe misurarne tredici. E lui stesso conferma che siamo in altre dimensioni (il riferimento non è solo alle misure) quando racconta: «Sono i pesci che mi hanno detto che preferivano essere scolpiti con il ferro, perché, sa, loro mi parlano» E sia a sentirlo sia a guardare le sue opere, credere a ciò che dice è l’unica opzione possibile. Anche perché Pilato dal 2006 combatte con una grave forma di cancro, che ha avuto quattro recidive e che lo ha costretto a lunghi cicli di chemioterapia e a subire un trapianto autogeno.

«L’arte mi fa vivere – dice – e mi fa trovare una forza fisica che non dovrei avere. Mi sono investito di una missione: dare corpo di ferro ai pesci per renderli immortali e riuscire a realizzare il Museo del Mare». In quest’ultimo sogno ha già trovato più di 8mila alleati, ma il numero è in rapida crescita, attraverso una pagina Facebook (si chiama ”Il Museo del Mare di Fabio Pilato”), inventata da Cristina Puglisi Rossitto, Anna Frazzica e Dario Iacono, che punta a raccogliere i fondi necessari (Pilato non vende i suoi pesci).

Penso come sarebbe meraviglioso farlo sorgere accanto o all’interno dell’Acquario che un altro visionario, il professore Josè Gambino, sogna nella Zona Falcata, ancora negata alla città. Si direbbe che Pilato sia una rappresentazione vivente delle possibilità dell’epigenetica, la modernissima scienza che studia – detto in parole tutt’altro che scientifiche – la possibilità di cambiare il nostro destino. Ciò che cambia in realtà è l’espressione dell’informazione contenuta nel nostro genoma, quindi i geni rimangono quelli con cui nasciamo, mentre l’espressione dell'informazione genica è variabile. Così Pilato, che faceva il commerciante e mai aveva pensato di fare l’artista, tanto meno di usare il ferro, in quelle prime notti in cui i dolori della malattia gli impedivano di dormire, cominciò a scendere in spiaggia e ad andare in barca. «Vedevo sulla spiaggia i pesci morti lasciati dai pescatori e ho avuto un irresistibile impulso: quello di riportarli alla vita».

Meccanismi di autodifesa, di cui purtroppo non tutti siamo capaci. «Ho cominciato con la pietra per passare subito al ferro, e all’inizio i risultati sono stati scadenti». Le cose mutano presto, grazie ai corsi frequentati presso l’Associazione Fabbri d’Arte, comincia a vincere concorsi e la sua opera “Dal dito opposto alla mano bionica”, che partecipa a una manifestazione ad Arezzo, lo fa uscire dai confini locali. Scolpisce “L’ombra del Postino”, omaggio a Massimo Troisi nell’isola di Salina, ma poi si dedica ai pesci, perfezionando sempre di più linguaggio tecnico e artistico.

A oltre mille gradi di temperatura scolpisce e lo fa senza risparmio: «Il mio Polipo ha 1260 ventose», dichiara con orgoglio. E ci spiega: «Alle volte comincio con un disegno, altre volte non ne ho bisogno perché ho già l’immagine dell’opera finita perfettamente delineata nella testa. Per lo squalo Pasqualina ho lavorato un anno e tre mesi, all’interno c’è uno scheletro come quello delle barche e il ferro ha uno spessore che va da 5 mm a 1 centimetro».

Adesso Pilato è proiettato verso la balena Coda Mozza: «Sono senza soldi, senza salute e senza spazio adatto, ma la farò». E a questa balena che è passata vicina al pilone «ridarò la coda che, si dice, le è stata tagliata dalle eliche delle navi. Sarà l’unica parte di legno grazie all’artista Tanino Cincotta, che lavora i legni ritrovati a mare». C’è da scommettere che avrà il dinamismo e l’espressività che le opere di Pilato hanno acquisito sempre di più con il tempo.
A guardare “Cernitella”, per esempio, si entra nel suo mondo: ci pare proprio che quel pesce di ferro ci stia parlando.

© Riproduzione riservata

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