Lunedì, 20 Settembre 2021
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‘Ndrangheta, 53 arresti nel Reggino: poliziotti indagati per favoreggiamento

Indagati per associazione mafiosa, detenzione, porto illegale e ricettazione di armi, estorsioni, favoreggiamento personale, aggravati dalla circostanza del metodo e dell’agevolazione mafiosa, nonché per traffico e cessione di sostanze stupefacenti

Alle prime ore di questa mattina la Squadra mobile di Reggio Calabria e del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, del Ros dell’Arma dei carabinieri (supportato dal Comando Provinciale CC di Reggio Calabria) del Gico della Guardia di finanza reggina, unitamente allo Scico (coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Reggio Calabria), hanno dato vita a un'operazione finalizzata all’esecuzione di 53 ordinanze di applicazione di misure cautelari, di cui 44 in carcere e 9 agli arresti domiciliari, nei confronti di altrettanti soggetti indagati, a vario titolo, per associazione mafiosa, detenzione, porto illegale e ricettazione di armi, estorsioni (consumate e tentate), favoreggiamento personale, aggravati dalla circostanza del metodo e dell’agevolazione mafiosa, nonché per traffico e cessione di sostanze stupefacenti (prevalentemente marijuana e hashish).

Le indagini

L’inchiesta Handover rappresenta la prosecuzione dell’operazione Recherche nell’ambito della quale, il 04 aprile 2017, vennero eseguite numerose misure cautelari nei confronti di esponenti della potente cosca Pesce di Rosarno per associazione mafiosa e associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. In quella circostanza, riusciva a sottrarsi alla cattura PESCE Antonino classe 1992 che veniva successivamente localizzato e catturato in data 10.03.2018 a Rosarno dagli investigatori della Squadra Mobile e del Servizio Centrale Operativo.

Gli appalti del porto di Gioia Tauro e gli accordi con un gruppo imprenditoriale siciliano

Le indagini hanno consentito di disarticolare le proiezioni della cosca “Pesce”, sia sul fronte delle attività tipicamente criminali, connesse alla gestione del traffico di stupefacenti, alle estorsioni ed al “controllo” delle commesse di lavori gestite dalla Autorità Portuale di Gioia Tauro riguardanti opere interne all’area portuale, sia sul fronte economico/imprenditoriale, destrutturando la gestione monopolistica da parte della cosca - attraverso accordi collusivi con un gruppo imprenditoriale messinese, il gruppo Cambria, con mire espansioniste in territorio calabrese - del settore della grande distribuzione alimentare e della gestione delle attività economiche collegate alla grande distribuzione. Il vertice della holding messinese, benché esterno al sodalizio criminale Pesce, - secondo gli investigatori - avrebbe fornito un contributo causalmente diretto alla conservazione o al rafforzamento del sodalizio.

I fiancheggiatori

E' stata ricostruita l’articolata rete dei fiancheggiatori che hanno favorito la sua latitanza, tanto da consentirgli di dirigere gli affari della cosca, senza mai abbandonare il territorio; disvelare come la cosca Pesce, sebbene avesse subito un duro colpo per effetto delle operazioni che avevano determinato l’arresto dei suoi esponenti storici, sia stata capace di riorganizzarsi e proseguire nella gestione delle attività illecite, operando nei settori del traffico di sostanze stupefacenti, delle estorsioni in danno di operatori economici, del controllo delle attività appaltate dall’Autorità Portuale di Goia Tauro, della proprietà privata assoggettando le attività a imposizioni patrimoniali, finalizzate a consentire all’organizzazione criminale di far fronte alla costante esigenza di liquidità, necessaria per sopperire, in primis, alle spese necessarie per il sostentamento dei latitanti, dei detenuti e delle loro famiglie.

I rapporti con i Bellocco e i Piromalli

La cosca Pesce - dimostrando spiccata capacità di riorganizzazione dopo le operazioni di polizia che l’avevano duramente colpita - abbia continuato ad operare sul territorio in accordo con altre potenti articolazioni della ‘ndrangheta quali i Bellocco di Rosarno e i Piromalli di Gioia Tauro, rispetto alle quali è stata accertata in maniera chiara l’attitudine - in modo particolare dei Pesce - di controllare capillarmente il territorio e di esercitare una pervasiva capacità di infiltrazione nel tessuto economico e sociale attraverso il compimento di reati di natura estorsiva in danno di proprietari terrieri o nel settore dei trasferimenti immobiliari di beni e terreni ubicati nel territorio sottoposto alla loro signoria, attuando forme dirette o indirette di controllo della circolazione dei beni e di imposizione sui trasferimenti degli stessi, attraverso il cosiddetto “sistema della guardiania” che prevede il pagamento di una somma di denaro all’organizzazione criminale in cambio di sicurezza, intesa come condizione che pone il proprietario di un terreno agricolo nella situazione di non subire attacchi ai propri beni; nonché quelli posti in essere nei confronti degli operatori economici presenti sul territorio, stabilmente o occasionalmente, , impegnati nella realizzazione di lavori pubblici o di interesse pubblico. Rispetto alle dinamiche criminali che governano il territorio di Rosarno e San Ferdinando, la cosca Pesce si è spesso interfacciata con i Bellocco e con i Piromalli operando non di rado congiuntamente, per riscuotere ingenti somme di denaro destinate al finanziamento di attività illecite, al sovvenzionamento dei sodali detenuti e delle loro famiglie, nonché alle esigenze del latitante Antonino Pesce.

Il libro mastro delle estorsioni

Dalle indagini è emerso uno stabile sistema criminale di imposizione a tappeto - da parte della cosca Pesce e delle altre consorterie operanti sul territorio - di estorsioni, anche per diverse migliaia di euro in danno di privati cittadini, imprenditori, commercianti ed operatori economici in genere. Nello specifico, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2019, sono state poste in essere dai componenti della cosca Pesce, ma anche della cosca Bellocco e dei Piromalli, le seguenti estorsioni: 1.000 euro all’anno, nei confronti di alcuni proprietari di terreni di Rosarno, rimasti ignoti e di almeno 5.000 euro, da destinare ai “carcerati”; 4.000 euro, in danno di un imprenditore boschivo per ottenere, dalla cosca Pesce, l’autorizzazione a procedere alla vendita della legna ottenuta dal taglio degli alberi in un terreno sito nell’area sottoposta all’influenza della consorteria criminale; 2000 euro, in danno di un privato che aveva acquistato due terreni in una località di Rosarno; una somma di denaro non quantificata, come corrispettivo per la compravendita di due terreni da un commerciante di San Ferdinando; 10.000 euro, quale percentuale dovuta alle cosche PESCE e BELLOCCO sulle compravendite dei terreni ricadenti nelle zone sottoposte al loro controllo; 10.000 euro, in danno di un imprenditore di Rosarno, ricevendo inizialmente 7.800 euro ed intimando alla vittima di corrispondere il restante importo ai Bellocco e ai Pesce e di altri 10.000 euro, durante il periodo natalizio; 3.000 euro a un imprenditore impegnato nella realizzazione di un’opera pubblica a Rosarno; una somma di denaro non quantificata, in danno di un imprenditore del settore edile impegnato nella realizzazione di alcuni lavori pubblici appaltati dalla Provincia di Reggio Calabria; una somma di denaro non quantificata, in danno del titolare di una ditta di autotrasporti, con la minaccia di danneggiare la sua attività commerciale mediante esplosione di colpi d’arma da fuoco, nonché di impedirgli di svolgere la sua attività e perfino di ucciderlo o di uccidere i suoi familiari; una somma di denaro non quantificata nei confronti di un imprenditore edile - già vittima in passato del furto di alcuni automezzi e di danneggiamento, mediante esplosione di colpi d’arma da fuoco, della sua attività commerciale - non corrisposta ai Pesce perché la vittima aveva già pagato l’estorsione alla cosca Bellocco che aveva riscosso anche la parte spettante ai Pesce; un compenso di 10.000 euro, ad un imprenditore operante nella zona industriale di San Ferdinando, con la minaccia di far saltare in aria la sua attività commerciale, qualora non avesse provveduto a pagare entro un termine prestabilito; 3.000 euro mensile ai referenti della società che si era aggiudicata l’appalto della raccolta dei rifiuti nel comune di San Ferdinando - già vittima in passato di danneggiamenti ai propri mezzi, nonché di richieste estorsive perpetrate da esponenti dei Bellocco - da giustificare con l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Le manutenzioni al Comune di San Ferdinando

La cosca Pesce aveva inizialmente puntato le sue mire anche ai lavori relativi alla manutenzione del verde del comune di San Ferdinando salvo poi rivolgere le attenzioni verso i lavori effettuati nell’area portuale tra Gioia Tauro e San Ferdinando, riguardanti la costruzione di un capannone industriale, affidata dall'Autorità Portuale di Gioia Tauro ad una società di costruzioni di altra provincia calabrese e la realizzazione - tra il Porto e la 1^ Zona Industriale - di un terminal intermodale, assegnata dall'Autorità Portuale ad una società lombarda e da quest'ultima ad un'associazione temporanea d'imprese costituita da due ditte, una lombarda e una di altra provincia calabrese. Lavori che venivano in parte poi espletati - in regime di sub appalto - da altre ditte, alcune delle quali sostanzialmente imposte dalle cosche Pesce e Piromalli che le costringevano a pagare il pizzo, riaffermando, in tal modo, l’influenza criminale sull’importante struttura portuale di quel territorio. Inoltre la cosca Pesce, grazie ai proventi derivanti dai traffici di sostanze stupefacenti - oltre a quelli delle attività estorsive - risultava avere la disponibilità di una cassa comune in grado di garantire agli affiliati ed alle loro famiglie una sistematica remunerazione.

I reati

In 13 devono rispondere di associazione mafiosa per aver fatto parte della cosca Pesce, con il ruolo di dirigenti e partecipi. Sono invece accusati di aver preso parte all’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti 13 soggetti in qualità di promotori, dirigenti e partecipi. Altri soggetti rispondono di cessione di sostanze stupefacenti. Altri indagati sono ritenuti responsabili di numerose estorsioni, per diverse migliaia di euro, consumate e tentate in danno di privati cittadini, imprenditori ed operatori economici, nonché di detenzione di armi anche da guerra kalashnikov, mitragliatrice P40 e M12 S. Alcuni soggetti sono indagati a piede libero per intestazione fittizia di beni.

Lo spaccio

Le indagini hanno consentito di documentare diversi episodi di detenzione ai fini di spaccio di quantitativi, anche ingenti, di sostanza stupefacente, prevalentemente marijuana e hashish, parte dei quali sono stati sottoposti a sequestro.

Gli interessi nella grande distribuzione

L’indagine ha riguardato, inoltre, l’infiltrazione della cosca Pesce nel tessuto economico rosarnese relativo alla Grande Distribuzione Organizzata, con particolare riferimento alla gestione dei trasporti su gomma per il rifornimento di generi alimentari. La presente attività si pone in continuità rispetto ad analoga indagine denominata “ALL INSIDE” nel cui ambito vennero eseguite numerose misure cautelari per associazione mafiosa e vennero accertate le ingerenze del cartello ‘ndranghetista Pesce-Bellocco nella distribuzione delle merci dirette verso alcuni punti vendita del gruppo imprenditoriale SISA nella piana di Gioia Tauro. Le odierne investigazioni hanno consentito di documentare l’esistenza di strette relazioni criminali tra la cosca Pesce ed un gruppo imprenditoriale siciliano attivo nella gestione di supermercati e con mire espansionistiche anche in Calabria dove, per ottenere vantaggi economici, non ha esitato a stringere accordi collusivi con la ‘ndrangheta, traendo così vantaggio dal potere mafioso esercitato dalle cosche sul territorio. L'accordo prevedeva che i Pesce avrebbero gestito in maniera monopolistica lo stoccaggio e l’intero settore dei trasporti su gomma delle merci destinate a rifornire i punti vendita al dettaglio del gruppo. L’imprenditore colluso, conscio della mafiosità dei suoi interlocutori, ha cercato di mettersi al riparo da possibili indagini nei suoi confronti creando una sorta di schermo, stipulando formalmente accordi commerciali diretti con una sola azienda di autotrasporti pulita riferibile a soggetti incensurati la quale, a sua volta, affidava i trasporti ad ulteriori imprese  di gradimento del sodalizio che, in tal modo, si è assicurato, attraverso una gestione monopolistica del settore dei trasporti, un incremento del potere economico e del prestigio criminale sul territorio. L'escalation della holding siciliana L’apice dell’escalation imprenditoriale della holding siciliana, iniziata nel 2009,  è stato raggiunto nel 2014, allorquando il gruppo era presente sul territorio calabrese con: un centro di distribuzione e smistamento delle merci a Rosarno; tre punti vendita a gestione diretta uno a Rosarno e due a Reggio Calabria; quattro punti vendita a gestione indiretta, concessi in affitto (due a Reggio Calabria, uno a Catanzaro ed uno a Cosenza); sei punti vendita legati da rapporti di affiliazione/somministrazione (uno a Gioiosa Jonica, due a Melito Porto Salvo, tre a Reggio Calabria). Nonostante l’accordo collusivo con i Pesce, il gruppo imprenditoriale siciliano, secondo le più tradizionali regole di ‘ndrangheta, nel momento in cui ha aperto un punto vendita a Rosarno ma nel territorio sul quale la signoria mafiosa è esercitata da altra cosca, quella dei Cacciola, è stato costretto a versare regolarmente somme di denaro a titolo estorsivo a questi ultimi, per  mettersi al riparo da azioni ritorsive e proseguire l’attività commerciale in tranquillità.

Il ruolo del commercialista Tiberio Sorrenti

Il fulcro di questo complesso meccanismo collusivo è rappresentato da un commercialista di Rosarno, Tiberio Sorrenti, regista anche di attività connesse alla gestione ed all’occultamento/schermatura del patrimonio illecitamente accumulato dalla cosca Pesce della quale è risultato esserne partecipe a tutti gli effetti, avendo egli messo a disposizione della ‘ndrangheta sè stesso e le sue competenze in materia societaria, contabile e fiscale, andando ben oltre la funzione tipica del mandato professionale.

Il commercialista di Rosarno risulta una delle figure principali dell’indagine «Handover - Pecunia Olet» eseguita da Carabinieri e Guardia di Finanza. «A suo carico - hanno spiegato gli inquirenti durante la conferenza stampa - è stato ricostruito un ruolo di collante tra imprenditori e cosca, addirittura di «modulazione» come diceva lui stesso, delle richieste estorsive delle cosche». La figura del professionista era già emersa in precedenti attività di indagine in cui egli è risultato essere in contatto con ambienti della criminalità organizzata rosarnese, oltre che il tenutario delle scritture contabili di diverse aziende riconducibili ad esponenti della cosca PESCE. L’indagine ha disvelato come, in realtà, il commercialista era da tempo profondamente inserito nel contesto ‘ndranghetista rosarnese nel quale si muoveva con assoluta dimestichezza e spregiudicatezza, tanto da assumere il ruolo di referente delle cosche, venendo al contempo visto da chi aveva intenzione di intraprendere iniziative sul territorio come colui che, proprio in ragione dei suoi legami con la ‘ndrangheta, era in grado di instradarle nel solco delle regole dell’asfissiante controllo ‘ndranghetista sulle iniziative economiche o imprenditoriali intraprese o proseguite. Nell’ambito dell’affare riguardante la grande distribuzione organizzata, oggetto di indagine, il professionista: ha assunto il ruolo di garante degli interessi della cosca curandoli da vicino, avendo egli ricoperto anche cariche societarie all’interno di aziende del gruppo siciliano; si è adoperato per individuare i locali a Rosarno in cui la holding ha allestito il centro di smistamento merci (locali riferibili ad affiliati della cosca Pesce) ed un punto vendita al dettaglio (risultato di interesse della cosca Cacciola); ha individuato le imprese ingaggiate per l’effettuazione dei lavori di ristrutturazione da eseguire presso tali immobili; ha riscosso direttamente parte dei proventi estorsivi per poi destinarli agli affiliati, adottando anche le necessarie soluzioni contabili; ha mediato tra imprenditori e cosche in relazione alle vicende legate alle richieste estorsive ed ogni altra problematica legata al funzionamento degli accordi; in occasione del cambio della ditta unica inizialmente incaricata di avere rapporti diretti con la holding siciliana si è adoperato per verificare l’idoneità di una seconda ditta subentrata (sempre riferibile a contesti di criminalità organizzata), curando anche il passaggio di consegne; ha messo a disposizione il suo studio di commercialista per incontri con elementi di vertice della cosca Pesce al fine di dirimere controversie sorte all’interno della cosca in relazione alla gestione delle estorsioni. Il commercialista, emerso quale interlocutore privilegiato degli elementi apicali delle cosche rosarnesi, è stato da questi direttamente coinvolto nelle problematiche interne al sodalizio, svolgendo un concreto ruolo di mediatore degli equilibri interni alla cosca Pesce riferibile a divergenze tra i diversi rami familiari in merito alla spartizione delle estorsioni. Inoltre, le indagini hanno disvelato come il professionista, attraverso un collaudato modus operandi caratterizzato dalla costituzione di società cartiere, intestazioni fittizie e periodiche modifiche delle compagini societarie, ha creato soluzioni apparentemente lecite per preservare da eventuali indagini il patrimonio illecitamente acquisito dalla cosca Pesce.

Soddisfatto il ministro Lamorgese

«Prosegue con determinazione l’attività di magistratura e Forze di polizia contro la criminalità organizzata e le sue attività illecite». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, a seguito della operazione di questa mattina in Calabria contro la 'ndrangheta condotta da Polizia di Stato, Arma dei carabinieri e Guardia di finanza e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. «Ringrazio tutte le donne e gli uomini delle forze dell’ordine impegnati oggi. Si tratta di azioni investigative lunghe e complesse - ha proseguito la titolare del Viminale - portate avanti con professionalità e dedizione e che dimostrano ancora una volta la capacità di lavorare insieme delle nostre forze di polizia. Una azione corale in territori difficili che consente di contrastare efficacemente i sodalizi criminali ed aggredire i loro interessi economici e patrimoniali».

Gli arrestati

In carcere:

Pesce Savino, inteso “u pecuraru”, cl. 1963
Pesce Vincenzo, inteso “u sciorta”, cl. 1952
Pisano Bruno
Preiti Domenico
Saladino Giuseppe
Schimio Piero
Seminara Giuseppe
Tarantino Angelo
Sorrenti Tiberio, cl. 1964
Ciurleo Domenico
Consiglio Salvatore
Copelli Salvatore
Corrao Salvatore
Di Lella Nazario
Etzi Salvatore
Fedele Luca
Ferraro Giuseppe Antonio
Grasso Giovanni
Grasso Michele
Ieraci Ippolito
Loiacono Pasquale
Megna Antonio, “u paperu”
Pagano Cristian
Palaia Benito
Palaia Gaetano
Pesce Antonino, inteso “u pecura”, cl. 1982
Pesce Antonino, inteso “u materassino”, cl. 1992
Pesce Antonino, inteso “pizzolino”, cl. 1993
Pesce Antonino, inteso “Nino erre”, cl. 1991
Pesce Francesco, Gioia Tauro, cl. 1988
Pesce Rocco, inteso “u tirotta”, cl. 1971
Alessi Antonio
Alviano Marco
Bellocco Domenico, cl. 1976
Bellocco Rocco, cl. 1989
Bellocco Domenico, cl. 1980
Bellocco Domenico, cl. 1987
Bonarrigo Giacchino
Bruzzese Girolamo
Burzì Giovanni
Cacciola Giuseppe, cl. 1987
Cacciola Giuseppe, cl. 1989
Cannatà Carmine Giuseppe

Ai domiciliari:

Delisi Armando
Ferlazzo Giuseppe
Ferraro Salvatore, cl. 1992
Giovinazzo Francesco
Ieraci Francesco Antonio
Larosa Michele
Palaia Francesco Benito
Papalia Giuseppe
Pesce Giuseppe

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