Giovedì, 29 Settembre 2022
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Sequestro di persona a Reggio Calabria: "Sottoposto a vere e proprie torture"

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Sequestro di persona: il Gip Vincenzo Quaranta indica le ragioni per cui ha emesso ordinanza in carcere. Escluso il pericolo di fuga: «Ritrovati a casa seppure fossero trascorsi 3 giorni dai fatti»

Un quadro indiziario molto grave e un carico di accuse pesante come un macigno nei confronti delle tre persone arrestate perché ritenute responsabili del sequestro di persona a scopo estorsivo del 72enne “colpevole” di aver fatto sparire 180mila euro. Soldi che invece erano destinati «al mantenimento dei carcerati».

L’aggravante mafiosa

Proprio per aver pronunciato questa frase, Renato Chirico Mediati detto "Rocco" di 55 anni; Mariano Domenico Corso detto "Mario" di 35 anni; e Manuel Monorchio, di 26 anni; rispondono anche dell'aggravante mafiosa - «aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni descritte dall'art. 416 bis (tra l'altro evocando la necessità di utilizzare l'anzidetta somma di denaro per il mantenimento dei “carcerati”)» - oltre al sequestro di persona aggravato a scopo di estorsione, lesioni e rapina; con l'aggravante aggiuntiva di aver adoperato sevizie e di aver agito con crudeltà nei confronti della persona sequestrata: perché il 72enne strappato alla libertà e rinchiuso in una stalla a Pettogallico per convincerlo a cantare la posizione del nascondiglio dei 180mila euro spariti nel nulla hanno anche amputato la falange del mignolo sinistro con un colpo d'ascia inferto mentre la vittima era legato e imbavagliato «con la faccia rivolta verso il pavimento».
Una frase che al momento, secondo le conclusioni della Procura distrettuale antimafia prima che ha emesso il fermo e del Gip reggino, Vincenzo Quaranta, che ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, grava in misura risalente sul terzetto indagato: «Gli indagati, per di più, accompagnavano l'orrenda azione con la più tipica allusione alle dinamiche mafiose ed alla finalità agevolativa delle cosche locali: “mi ripetevano che li avevo rovinati e lasciati con il "culo per terra" perché loro con quel denaro "davano da mangiare pure ai carcerati" e mi invitavano a restituire loro la somma, o quantomeno quella che rimaneva in modo tale che così recuperavano qualcosa e che per il resto se la sarebbero vista loro”».

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud – Reggio Calabria

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