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I RETROSCENA

Droga dalla Calabria a Messina, la ‘ndrangheta dell’Aspromonte e il ruolo determinante dei Nirta

di
Reggio, Cronaca
Paolo Nirta

C’è una “firma” tutta calabrese nell’invio e nella consegna degli ingenti quantitativi di cocaina purissima recapitati a Messina a un’organizzazione criminale dedita al traffico di sostanze stupefacenti smantellata poco prima dell’alba di ieri.
Tra le persone arrestate figurano 5 calabresi (4 in carcere e uno ai “domiciliari”), tra cui, secondo gli inquirenti messinesi e gli investigatori dei carabinieri siciliani e calabresi, una “figura doc” nell’ambito del crimine aspromontano. Si tratta di Paolo Nirta, 43 anni, di San Luca, esponente di primo piano, secondo i magistrati antimafia, dell’omonima, potente e ramificata “famiglia” sanluchese considerata, appunto, ai vertici della ‘ndrangheta calabrese. Ma non è tutto. Paolo Nirta, infatti, è figlio del “capobastone” Giuseppe Nirta, 81 anni, detenuto all’ergastolo per le vicende della cruenta “Faida di San Luca”. Paolo Nirta, inoltre, è pure il fratello di Sebastiano Nirta, 51 anni e Francesco Nirta, 48 anni, entrambi detenuti all’ergastolo per il loro coinvolgimento nella “Strage di Duisburg”, avvenuta in Germania a Ferragosto del 2007, e nella cui mattanza di ‘ndrangheta tra i clan sanluchesi dei Nirta-Strangio da una parte e Pelle “Vanchelli”-Vottari dall’altra, verificatasi all’ingresso del ristorante italiano “Da Bruno”, furono uccise 6 persone di origine calabrese tra cui, uno dei due proprietari del locale.
Oltre a Paolo Nirta a essere arrestati sono stati pure altri quattro vibonesi: Francesco Leandro, 22 anni, di Simbario; Gregorio Tassone, 29 anni, di Spadola; Gregorio Lucio Vaianella, 23 anni, nato a Roma ma residente a Stefanaconi e Francesco Nesci (ai “domiciliari”), 20 anni, di Sorianello. Secondo l’accusa, i quattro giovani vibonesi, alcuni dei quali incensurati, erano al comando di Paolo Nirta e, in qualità di “corrieri” e dietro ordini diretti impartiti dallo stesso sanluchese, si occupavano della consegna “a domicilio” fino a Messina della droga, del ritiro e della successiva consegna, quasi sempre alle falde dell’Aspromonte, delle ingenti somme di denaro ricavate dalla vendita della cocaina.

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