Lunedì, 27 Settembre 2021
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NOSTRA INTERVISTA

Se il futuro comincia da Sud. A colloquio con l’architetto reggino Nava, protagonista alla Biennale

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Progettare un nuovo modo di abitare e di costruire gli spazi, le comunità. A partire dalla ricchezza dei nostri territori

Un enorme albero calabrese di ulivo a dare il benvenuto. Con questo simbolo l’architetta reggina Consuelo Nava torna alla Biennale Architettura, aperta ieri, dopo l’esperienza del 2013, quale componente dell’advisory board (l’organo consultivo) e curatrice della sezione “S2Home Digital/Human: effort in transition”, nel Padiglione Italia “Comunità resilienti”, curato da Alessandro Melis. «Un’idea che mette al centro, in tutta la sua viva drammaticità, la questione del cambiamento climatico e le impegnative sfide che interpellano l’architettura». Un riconoscimento molto importante per la docente e per l’Università Mediterranea, in cui insegna e svolge le sue ricerche. Effort vuol dire sforzo comune e sottolinea come la Calabria possa dare un contributo importante ai temi della sostenibilità e dell’innovazione, in cui la Nava è riconosciuta esperta internazionale, proprio per quel che riguarda l’applicazione all’architettura resiliente.

Le abbiamo chiesto di descriverci il suo progetto-ricerca.
«”S2 Home” è un’esperienza nata nel 2017 sulla progettazione di un modulo abitativo a doppia sicurezza, sismica e ambientale, per scenari di transizione climatica e fisica, con l’interesse di un coraggioso e autorevole imprenditore del territorio, Antonino De Masi, che ne ha cofinanziato il processo di trasferimento sperimentale fino al 2019, in collaborazione anche con le sue officine. Il team di ricercatori provenienti dal territorio, dai dipartimenti delle università di Trento e di Reggio Calabria, la start up innovativa PMopenlab, che ho guidato sui temi di sostenibilità e innovazione, hanno animato una grande squadra. Dal 2019 al 2021 abbiamo lavorato al rapporto tra digitale e umano, quale sforzo in transizione per l’architettura resiliente, capace di sfidare i cambiamenti climatici e i nuovi assetti di trasformazione urbana e non solo, che coinvolgono le comunità, da oggi al 2050. Il progetto S2 Home è stato il caso che abbiamo testato».

Quanto può essere resiliente dal suo punto di vista di ricercatrice il territorio in cui opera?
«Il nostro territorio, il Sud e la Calabria in particolare, ha risorse naturali capaci di caratterizzare luoghi e paesaggi e anche la qualità della vita delle comunità. Ma ha sistemi ambientali e di rete molto fragili, quali il suolo, le acque, le coste, le aste fluviali, il ciclo dei rifiuti, la mobilità negli assetti dei centri urbani e periferici del territorio. Occorrerebbe, con una visione strategica e fortemente operativa, trasformare il nostro ambiente per farlo diventare più sicuro e vivibile, mentre lo si rende produttivo e mantenuto con attenzione. Il degrado demografico della nostra regione non aiuta, i territori più resilienti sono quelli in cui gli abitanti possono prendersene cura e investire. La resilienza si confronta con il cambiamento del clima e quindi gli impatti sui sistemi ambientali, che devono essere capaci di rispondere con prestazioni alte. L’Università Mediterranea è un piccolo ateneo che, in questo contesto, può lavorare con le sue eccellenze e cercando di trattenere le giovani generazioni nella nostra Calabria».

La ricerca, specie se è frutto di collaborazioni che nascono in aree geografiche diverse, punta a un mercato e un interesse internazionali. Come può conciliarsi oggi il Meridione d’Italia con questa esigenza?
«Il Sud fa parte dell’Europa e l’Europa del Mondo. Se c’è una cosa che la pandemia ci ha fatto comprendere, è che la globalizzazione investe tutta la popolazione a tutte le latitudini. Le mie sperimentazioni rispondono sempre a una domanda di innovazione, espressa o da me fatta emergere, che parte dal mio territorio. Il clima mediterraneo, la sua cultura, l’evoluzione del suo sistema umano e territoriale, per i miei studi riferiti all’ecologia del progetto, alla sostenibilità dei processi e all’innovazione delle filiere produttive connesse all’architettura, all’ambiente e al territorio, sono materia e portato eccezionale per gli studi transdisciplinari e applicati che conduco».

Lei parla di cambiamento e di innovazione: quanto può l’architettura influire su un’area in cui la criminalità organizzata ha ancora un ruolo importante? Anche per questo lei definisce la sua una ricerca di frontiera?
«Se ci fosse una vera cultura del cambiamento e dell’innovazione, avremmo un’altra arma di difesa contro la criminalità organizzata. Comunque anche la narrazione della Calabria andrebbe cambiata, perché nel nostro territorio esistono giovani, scuole, università, imprese e associazioni che lavorano in maniera eccellente per questa rivoluzione. Io alla Biennale porto anche l’esperienza fatta con tutte queste comunità, e il fatto che vi sono imprenditori come De Masi che si oppongono all’arroganza, lavorando per l’innovazione. L’architettura, nelle sue differenti espressioni, ha il valore del “progetto”, che significa puntare con creatività a cambiare la qualità degli spazi che si attraversano con il contributo delle persone e delle loro capacità, riconquistando qualità della vita e conoscenza».

Come si svolge il percorso espositivo da lei curato a Venezia?
«Presentiamo 4 installazioni fisiche e molti video e desk multimediali, da visitare fino al 13 giugno. Tutti i contenuti scientifici e la narrazione delle opere saranno disponibili su una piattaforma online dedicata, curata da PMopenlab, accessibile dal loro sito».

Ci racconta le installazioni?
«Ho fatto trasferire dal nostro territorio un albero di ulivo carolea, alto 3 metri e mezzo e pesante 350 kg, la specie calabrese più resistente/resiliente, che saluta l’ingresso al nostro spazio e rappresenta anche il simbolo dell’evento di conferenza internazionale che si terrà in presenza e via web l’11 giugno. L’evento, che conduco col prof. Mosè Ricci di Trento, ospiterà relatori provenienti da università nazionali e internazionali, è promosso dal mio Dipartimento di Architettura e Territorio della Mediterranea e vedrà la presenza del curatore Melis e di De Masi e l’introduzione del direttore del dipartimento, Adolfo Santini. Tra le installazioni sarà presente in scala reale una sezione dell’involucro edilizio del modulo S2 Home, con componenti riciclati e riciclabili, realizzato alle officine De Masi, sul design mio e degli architetti Procopio e Astorino».

Sostenibilità ambientale ed economica sono fra i grandi temi all’attenzione mondiale. Come li affronta?
«L’obiettivo è l’architettura resiliente per comunità in transizione, una sostenibilità ambientale realizzata con sperimentazioni, che investono le filiere produttive del manufacturing avanzato da attivare in esperienze imprenditoriali. La sostenibilità economica investe quindi i temi della produzione del modulo abitativo, ma anche la sua capacità, per coloro che abitano i suoi spazi, di abbassare i costi di servizio, perché il modulo è energeticamente autosufficiente e con bassi livelli di manutenzione, alta innovazione. Abbiamo pensato la possibilità di realizzare distretti energetici e ambientali, capaci di essere circolari e a basso impatto ambientale».

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