Martedì, 19 Novembre 2019
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GIORNATA DELLA MEMORIA

Melito in silenzio, parla Oleg: l'ultimo bambino di Auschwitz

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Il braccio di Oleg

Una voce profonda scandisce le parole in un italiano stentato ma comprensibilissimo. Parla Oleg Mandic e tutti gli occhi dei presenti sono puntati su di lui, quasi pendessero dalle sue labbra. Nell’aula magna del plesso centrale dell’Istituto comprensivo “De Amicis” vengono enucleati concetti, svelati fatti raccapriccianti, raccontati episodi drammatici di cui, fino a quel preciso momento, si era sentito parlare solamente in televisione, al massimo letto sui libri. L’incontro organizzato in collaborazione col circolo culturale “Meli”, in occasione della “Giornata della memoria”, invece ha consentito di portare letteralmente la “storia” a scuola.

L’ospite, accolto dalla dirigente scolastica Antonella Borrello, e dal presidente di “Meli”, Pasquale Pizzi, è un signore di 85, che porta ancora marchiato sulla sua pelle l’orrore dei campi di sterminio nazisti. La sua buona stella ha voluto che riuscisse a sopravvivere, e quando i prigionieri scampati allo sterminio furono liberati dai soldati russi, fu materialmente l’ultimo ad uscire dal famigerato campo di Auschwitz prima che il cancello d’ingresso venisse sigillato per sempre.

Oleg Mandic era nato in una famiglia croata benestante. Il nonno aveva ricoperto importanti incarichi di governo, il padre era un conosciuto avvocato. La sua vita era stata felice fino al 1944, quando i tedeschi, sospettando che si fossero uniti ai partigiani di Tito, avviarono le ricerche per arrestare il padre e il nonno, nel frattempo fuggiti. Oleg, la madre e la nonna vennero arrestati e dopo pochi giorni spediti ad Auschwitz. Qui trascorse 7 mesi, tra atrocità di ogni genere.

Per la deportazione furono caricati su uno dei carri bestiame di un lunghissimo convoglio ferroviario. «Eravamo ammassati uno sull’altro, in condizioni igieniche terribili, e non c’era spazio neppure per potersi sdraiare. Viaggiammo due giorni e tre notti fino all’arrivo a destinazione. Il campo di sterminio – ha raccontato – era organizzato nei minimi particolari. Appena arrivati ci divisero. Avevo 11 anni ma, non so come né perché, mi lasciarono assieme a mia madre, una concessione che facevano solamente ai bambini che ne avevano meno di dieci anni. Fu la mia salvezza».

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