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Il vuoto di potere, i nuovi narcos e i portuali infedeli: così la cocaina passa da Gioia Tauro

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Agostino Cambareri, uno dei 13 arrestati nell’operazione “Cattiva strada” eseguita ieri dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria, non è un trafficante di droga qualsiasi.

Secondo gli inquirenti, in particolare, sarebbe riuscito a introdursi nei business che contano grazie al vuoto di potere creato dalle incessanti operazioni della Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Inchieste che hanno via via fiaccato i grandi centri di potere che gestivano, fino a poco tempo fa, le enormi quantità di droga che transitavano da e per Gioia Tauro.

Non a caso – come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip reggino Antonio Foti – il 46enne di Gioia Tauro avrebbe avuto contatti diretti con Massimo Camelliti, «controllato a Gioia Tauro in data 11 novembre 2005, in compagnia di Alfonso Brandimarte, mentre viaggiavano a bordo dell’autovettura in uso allo stesso Camelliti.

Quest’ultimo – scrivono gli inquirenti nelle carte dell’inchiesta – era un operaio portuale, assunto presso la Medcenter Container Terminal, «che veniva successivamente tratto in arresto» nell’ambito della maxioperazione coordinata dalla Procura antimafia reggina denominata “Puerto liberado”.

Un’operazione che ha visto al centro delle indagini proprio i fratelli Brandimarte, considerati narcotrafficanti di altissimo livello che sarebbero riusciti a movimentare grosse partite di cocaina al porto di Gioia Tauro grazie all’aiuto di una nutrita pattuglia di portuali infedeli.

«L’ipotesi investigativa – si legge a questo riguardo nell’ordinanza emessa ieri mattina – che Camelliti utilizzasse il porto per importare sostanza stupefacente veniva suffragata dall’anomala sosta dell’autovettura in uso ad Agostino Cambareri presso il porto di Gioia Tauro, il giorno 30 giugno 2016, dalle ore 23,11 alle 23,43».

L’individuazione di Massimo Camelliti come fornitore di Agostino Cambareri sarebbe avvenuto tramite l’installazione del gps sull’auto di quest’ultimo, che ha registrato le diverse soste davanti casa del presunto fornitore.

Gli investigatori a quel punto hanno installato una telecamera che inquadra il piazzale davanti alla casa di Camelliti, grazie alla quale gli inquirenti si sono resi conto che «Cambareri non era, in realtà, l’unico a recarsi dal Camelliti, essendo stato riscontrato un continuo andirivieni di autovetture con soste sospette di pochi minuti».

Ancora, gli stessi investigatori evidenziano la «capacità criminale di Camelliti che si avvedeva subito della presenza della seconda telecamera installata dalla polizia giudiziaria per targare le autovetture, evitando prudentemente di incontrare i suoi clienti/fornitori presso il passo carrabile su cui era puntata la telecamera facendoli fermare all’ingresso pedonale e facendo loro nascondere le autovetture dietro il muro di cinta».

Agli occhi degli investigatori appare «eloquente» quanto documentato il 2 agosto 2016, quando avrebbero notato arrivare un’automobile che parcheggiava dietro il muro di cinta della casa di Camelliti.

«Subito dopo – scrivono i magistrati – si notava quest’ultimo uscire da casa con un bidone, all’interno del quale vi era “un qualcosa” che veniva chiaramente caricato in macchina. Il Camelliti veniva, quindi, notato mentre rientrava a casa sempre con lo stesso bidone dopo che la macchina si allontanava dallo stesso lato da cui era giunta».

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