Mercoledì, 30 Settembre 2020
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L'artista Edoardo Tresoldi: "La mia Opera nell'opera perenne dello Stretto"

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Ha solo 33 anni, ma è già affermato come artista internazionale: le sue opere-installazioni sono presenti in varie parti del mondo. Incontriamo Edoardo Tresoldi, milanese di Cambiago, mentre sta lavorando agli ultimi particolari della sua “Opera”, come sempre in rete metallica, che sarà inaugurata sabato a Reggio Calabria sul Lungomare Falcomatà. Si tratta di un’architettura aperta - composta da un colonnato di 46 elementi che raggiungono gli 8 metri di altezza, posti all’interno di un parco di 2.500 mq – che offrirà un nuovo e insolito monumento, attraversabile e fruibile a tutti.

Lei è ormai ha fama internazionale, ma con “Opera” a Reggio Calabria torna nella regione dove tutto è cominciato, a Pizzo, con la scultura “Il collezionista di venti” nel 2013, la prima dopo la sua attività di scenografo nel cinema. Cosa è cambiato da allora?

"Sono molto legato a 'Il Collezionista di Venti'. Sì, è stata la mia prima opera in uno spazio pubblico e una bellissima esperienza artistica e umana. Nel frattempo è cambiato parecchio: c’è stata la Basilica di Siponto in Puglia nel 2016 commissionata dal Mibact che mi ha lanciato a livello internazionale e che ha vinto la Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana 2018 – Premio alla Committenza. Poi 'Etherea' per il Coachella Festival in California e l’apertura del mio spazio a Milano dove sto portando avanti due iniziative: Tresoldi Studio - di progettazione ispirato al linguaggio artistico delle mie opere - e 'Studio Studio Studio', un piano interdisciplinare che ho fondato per creare e supportare progetti artistici contemporanei. In senso artistico quello che a Pizzo era stato un approccio più emotivo, cioè la voglia di confrontarsi con la trasparenza, adesso è diventata piena consapevolezza di questo mezzo espressivo e delle sue potenzialità".

La si può definire un archiscultore, e quest’ultima installazione permanente lo dimostra ancora una volta. Si riconosce in questa definizione?

"Non amo molto definire il mio mestiere, piuttosto posso definire i miei lavori come sculture, architetture, celebrazioni, paesaggi, suoni, composizioni, personaggi. Di base però sono un autore che parla di paesaggio utilizzando il linguaggio dell’architettura per scolpire dei luoghi. Ad ogni modo amo molto i neologismi quindi 'archiscultore' lo apprezzo".

“Opera” potrebbe sembrare un titolo presuntuoso nella sua apparente definitività o, viceversa, un non titolo giustificato dalla messa in evidenza del paesaggio che già c’è. Qual è la versione giusta?

"Il mio intervento nasce per celebrare il momento intimo che c’è tra le persone e lo Stretto, che è il vero monumento eterno di Reggio Calabria. Ho scelto quel parco perché è un luogo sul lungomare che secondo me, più di altri, costruisce un incontro intimo e contemplativo con lo Stretto. Le mie colonne celebrano quei semplici momenti e l’Opera che voglio evidenziare parte dall’Etna nascosta dalla foschia, tra le navi che rompono il muro di luce che si forma sul mare, tra le chiome degli alberi che sembrano mosse dalla Sicilia come fa la luna con le maree, ma principalmente 'Opera' si manifesta nella capacità di riconoscere la poesia in quello che abbiamo quotidianamente di fronte a noi e per farlo basta semplicemente prenderci un momento e osservare, ascoltare, contemplare".

Lei crede nella classicità e nel genius loci, ovvero landmark del territorio. Come l’ha identificata a Reggio? E la sua “Opera” si collega idealmente ai concittadini Bronzi di Riace?

"Opera è un monumento al luogo ma non vuole essere un richiamo al passato di Reggio. Ho ritenuto più interessante celebrare qualcosa che appartiene alla vita contemporanea della città piuttosto che il passato o la storia: la città parla più dei musei. Tutte le civiltà che si sono succedute hanno creato un loro rapporto con lo Stretto, c’è una connessione con loro, ma in purezza, non con la storia".

Nelle sue opere usa la rete metallica, per mostrare l’assenza o la presenza di edifici e natura. Cosa è per lei? Materia, espressione, concetto, simbolo, mezzo, sostanza?

"La trasparenza della rete mi permette di esprimere forme attraverso cui lascio parlare il contesto. I raggi del sole le svelano, l’ombra le spegne e basta una nuvola spesso per farle svanire e ingrigirsi. La trasparenza è una fisicità sensibile, non parla ad alta voce e sa accogliere il suo intorno. Uso il linguaggio classico perché è un codice che sa celebrare ciò che racconta".

Le sue creazioni sono sempre più complesse. Come funziona il lavoro nel cammino “idea – progetto – installazione”? E chi sono i suoi collaboratori, anche nel lavoro manuale?

"Ogni mio progetto, partendo dall’idea iniziale per arrivare al dettaglio finale, è realizzato dal mio studio secondo un processo condiviso e partecipato. Dopo la fase creativa, insieme agli architetti che lavorano con me, sviluppo quella tecnica e spesso accade che le dinamiche dettate dai dati strutturali diventino un punto di partenza per sviluppare nuove possibilità creative. Il progetto passa poi alla squadra di allestimento composta da ragazzi - tutti tra i 25 e i 30 anni - che lavorano con me dalle mie prime opere e che nel corso degli anni hanno sviluppato la tecnica del vero e proprio mestiere artigianale che caratterizza le mie installazioni. Lo studio comprende anche un reparto manageriale e un altro di comunicazione. Insieme seguiamo tutte le fasi di ogni progetto cercando di sviscerare criticità e potenzialità".

“Opera” è un’installazione permanente, ma molte altre sono temporanee. Anche se lei non sembra cercare il fasto, appare un collegamento ideale con le feste di Versailles ai tempi del Re Sole. Penso a ciò che ha realizzato negli Emirati Arabi.

"C’è un parallelismo, è vero: una sorta di teatralità, un modo di giocare con quello che sto facendo. Quella è nata per un grande evento privato e quindi il mio modo di rapportarmi è stato diverso dal solito. Mi sembra giusto provare anche questo tipo di esperienze".

Per un artista in Italia lavorare con la committenza pubblica non è facile, anche se lei con la Basilica di Siponto ha realizzato un’inedita, quasi impensabile, collaborazione con un sito archeologico. Come supera i problemi di un Paese così burocratico?

"Siponto è stata un’esperienza incredibile da tanti punti di vista. Non solo è stata la mia svolta professionale per la sua risonanza mediatica ma, da progetto multidisciplinare, è stato accolto dalla critica di ambiti diversi: quella del restauro, il mondo della valorizzazione dei Beni Culturali, l’ambiente dell’arte contemporanea e dell’arte pubblica. Aldilà delle difficoltà burocratiche che caratterizzano ogni apparato pubblico italiano, credo che quando si creano operazioni culturali nell’ambito degli spazi pubblici sia necessario sviluppare contenuti e renderli fruibili a tutti senza essere elitari".

Non solo difficoltà, a Reggio ci sono polemiche sul costo dell’opera…

«Il costo dell’installazione (circa 900mila euro, nda) è stato finanziato da fondi europei, i “Patti per il Sud”, e comprende tutte le fasi di realizzazione dell’opera e non solo: illuminazione, eventi inaugurali e manutenzione. L’inaugurazione era programmata per l’anno scorso, poi lo stop per il Covid ha portato al rinvio. Adesso siamo in periodo di elezioni e le cose si vedono diversamente. Tutto questo attiene alla vita politica e lo capisco, non all’arte».

E l’installazione è in grado di durare?

"È stata progettata per essere permanente. La rete metallica – come tutti materiali – necessita di manutenzione e la faremo. Il processo di deterioramento della struttura è molto lento. Ma credo che sia interessante vedere la materia che cambia".

Nel 2017 la rivista “Forbes” l’ha inserita tra gli under 30 più influenti del momento. Da allora la sua notorietà internazionale è cresciuta in modo esponenziale: il successo influisce sull’esperienza emotiva di un artista? E come?

"Cerco di mantenere uno stile di vita simile a quello che avevo. Si sono moltiplicati i lavori in giro per il mondo e le sfide sono aumentate; una credibilità maggiore porta ovviamente con sé responsabilità sempre maggiori. Intuizione e sensibilità rimangono e si evolvono. Si resta organismo sensibile con le proprie stagioni da attraversare. E c’è il bisogno della lentezza, ciò che si crea è un monumento alla contemplazione in un periodo storico in cui si corre".

Un’ultima curiosità: come reagisce al fatto che le sue reti visivamente somiglino a quelle quantistiche progettate per Internet?

"È affascinante. Quando ho cominciato, la mia rete metallica era esclusivamente analogica. Sarebbe stata uguale anche negli anni Cinquanta. Ora la riconosco nel 3D digitale: sono i lavori, diversi, che si inseguono".

Questo, più o meno, è un concetto di fisica quantistica: ciò che accade in un luogo può interferire con ciò che accade in un altro.

"È vero! All’inizio io non pensavo al concetto di assenza. Poi mi è tornato alla mente come si costruisce un fantasma nel cinema: i significati cambiano, anche per retaggio culturale. E le influenze si incontrano e si sovrappongono".

© Riproduzione riservata

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