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OPERAZIONE "LIBERA FORTEZZA"

Azienda truffata? Risolve la ’ndrina: i retroscena della retata a Polistena

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Il tribunale di Reggio Calabria

Il “canale parallelo”, ossia la giustizia privata delle cosche. Si addentrano più volte nelle strade dell’anti-Stato gli inquirenti impegnati nell’inchiesta “Libera Fortezza”, sfociata martedì scorso in ventidue arresti tra Polistena e altri centri della Piana. Non c’è soltanto il sacerdote di un paese della vasta area a chiedere aiuto alle “famiglie” quando viene minacciato: fanno lo stesso, nel momento di necessità, anche imprenditori e titolari di esercizi commerciali. «Appare riscontrato che si sia rivolto a personaggi appartenenti al sodalizio, anziché alle autorità preposte», è la frase più volte ripetuta dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare.

Una di queste storie riguarda il titolare di una grossa ditta. E dimostra come gli indagati, tutti legali alle famiglie Longo-Versace, abbiano contatti fino in Puglia. Il protagonista subisce due truffe da parte di altrettante ditte, una di Cerignola e una di Andria, che avevano richiesto la consegna di un quantitativo rilevante di materiale, restando però inadempienti al pagamento del prezzo. In particolare, come spiegato dalla vittima convocata dai Carabinieri, «al momento della consegna era stato utilizzato l’escamotage di pagare una piccola parte del prezzo in contanti e la restante con assegni, poi risultati scoperti».

I fatti risalgono al 2012 e vengono alla luce grazie alle intercettazioni. Nessuna denuncia alle forze dell’ordine. La vittima sceglie il “canale parallelo”. «Ha avuto un problema di uno di Polistena ad Andria», ascoltano gli inquirenti al telefono. Scattano le verifiche che portano ad accertare i fatti. Ed emerge che l’interessamento del clan «è stato, per quanto si evince dalle captazioni, determinante, atteso che ha consentito il recupero del prezzo dovuto dalla ditta di Andria».

Dopo aver incontrato «proprio quello di Andria», intendendo dire presumibilmente il referente della criminalità locale, se ne vanta uno degli indagati: «Gli hanno fottuto i soldi là, siamo andati là, subito glieli abbiamo fatti dare, gli hanno rubato quattro cinque autotreni di merce, cose... era in un paese proprio “manco li cani”, però la Puglia è bella, è ricca». Chiare le conclusioni della Dda di Reggio: «Dal dialogo si comprende che, a seguito dell’intervento degli indagati, l’acquirente della merce abbia pagato il prezzo».

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Rapido e “indolore”, avrà pensato la vittima, che aveva preferito non dire nulla alle forze dell’ordine: «Non ho sporto denuncia – minimizza ai Carabinieri – perché nel mio lavoro spesso accadono analoghi episodi, per cui sarebbe veramente dispendioso, in termini economici e di tempo; però, visto che le truffe si stanno incrementando e la perdita economica sta per essere consistente, mi riservo in futuro di sporgere formale querela per la punizione dei responsabili nonché per recuperare la merce persa, atteso il periodo economico che stiamo attraversando». In realtà, lui i soldi – almeno «da quello di Andria» – li aveva recuperati. «È l’ennesimo esempio – sintetizza il gip di Reggio – di forte ingerenza della cosca nella vita dei membri della comunità locale, ai quali vengono forniti, su richiesta o su iniziativa spontanea degli indagati, dei canali di risoluzione delle problematiche alternativi rispetto alla sede giurisdizionale, civile o penale».

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