Giovedì, 22 Ottobre 2020
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OPERAZIONE HELIANTHUS

Gli imprenditori denunciano i loro estorsori, colpo alla cosca Labate di Reggio: 14 arresti

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Il boss Pietro Labate

Un’operazione della polizia di Stato è in corso, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, per l’esecuzione di 14 ordinanze di custodia cautelare - 12 in carcere e 2 agli arresti domiciliari - emesse nei confronti di capi, luogotenenti ed affiliati alla pericolosa cosca Labate, intesa «Ti Mangiu», di Reggio, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa e di diverse estorsioni aggravate dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di agevolare la 'ndrangheta.

Le indagini da cui scaturisce l’operazione Helianthus, iniziate nel 2012, portarono, a distanza di oltre un anno, il 12 luglio 2013, alla cattura del latitante Pietro Labate, leader carismatico e capo storico della cosca che porta il suo nome. L’uomo, nell’aprile 2011, era sfuggito all’esecuzione del fermo emesso dalla Dda ed eseguito dalla Squadra mobile nei confronti di capi e gregari delle cosche Tegano e Labate nell’ambito dell’operazione «Archi». Pietro Labate figura tra gli arrestati insieme al fratello Antonino e al cognato Rocco Cassone.

Per la prima volta, alcuni affermati imprenditori reggini del settore edile ed immobiliare, sentiti dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, dopo un’iniziale ritrosia dovuta al comprensibile timore di subire dure rappresaglie, ma desiderosi di liberarsi dall’opprimente giogo estorsivo, hanno deciso di collaborare denunciando di essere vittime di ripetute estorsioni consistenti nel pagamento di ingenti somme di denaro, anche nell’ordine di 200 mila euro, ad esponenti di rilievo e luogotenenti del clan Labate o nell’imposizione dell’acquisto di prodotti dell’edilizia presso attività commerciali nella disponibilità del clan.

Gli investigatori della Squadra mobile reggina, con il coordinamento del Servizio centrale operativo, e coadiuvati da personale del Reparto prevenzione crimine, stanno eseguendo anche numerose perquisizioni e sequestri di imprese e società.

Nell’operazione sono impiegati un centinaio di agenti. I particolari dell’operazione saranno resi noti in una conferenza stampa in programma alle 11 in questura alla presenza del procuratore Giovanni Bombardieri.

L’inchiesta fa luce sugli affari economici della cosca, svelando un certo dinamismo in alcuni settori illeciti come quello delle scommesse on line, delle slot machines e dello sfruttamento delle corse clandestine di cavalli.

Sempre vivo l'interesse per quello che rappresenta il core business delle attività criminali da sempre espressione dello strapotere mafioso dei “Ti Mangiu”, rappresentate dal sistematico ricorso ad attività estorsive nei confronti di operatori economici, commercianti e titolari di piccole, medie e grandi imprese, specialmente di quelli impegnati nell’esecuzione di appalti nel settore dell’edilizia privata.

Estorsioni per alcune centinaia di migliaia di euro venivano imposte, con pesanti minacce, agli imprenditori durante i lavori di esecuzione di complessi immobiliari nel quartiere Gebbione controllato capillarmente dai Labate. Ad alcuni titolari di imprese veniva anche imposto con la forza dell’intimidazione l’acquisto di prodotti dell’edilizia presso aziende nella disponibilità del clan. Ad un commerciante è stato impedito di aprire una pescheria nel quartiere perché dava fastidio al titolare di un analogo esercizio commerciale, affiliato alla cosca.

Al culmine di un’intensa e attività investigativa supportata da intercettazioni telefoniche e ambientali e da sistemi di video sorveglianza, nell’estate del 2013 gli investigatori della Squadra mobile localizzarono e catturarono il boss latitante mentre si muoveva a bordo di uno scooter vicino al torrente S. Agata. Nel covo in cui aveva trovato rifugio, non distante dal luogo in cui era stato localizzato, vennero scoperte alcune agende sulle quali il boss aveva annotato nomi di persone, importi e denominazioni di ditte rivelatesi determinanti ai fini dell’accertamento della penetrazione dei Labate nel tessuto di alcune attività economiche e commerciali locali.

"L'operazione, condotta in maniera davvero puntuale dalla Squadra mobile, è riuscita a far emergere un quadro davvero allarmante sul come la 'ndrangheta imponga le sue ragioni. Il contributo dei collaboratori di giustizia, anche in questo caso, ha trovato pieni riscontri, ma è necessario anche evidenziare il coraggio di alcuni giovani imprenditori edili che, stanchi di pagare e subire minacce, si sono rivolti alle forze dello Stato per chiedere aiuto e sostegno". A dirlo il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, commentando l'operazione che ha portato all’arresto di 14 persone accusate di far parte della cosca Labate.

"Un comportamento esemplare - ha aggiunto - a cui lo Stato deve corrispondere pari impegno. In tal senso, ho posto all’attenzione al capo della Polizia e ai rappresentanti delle istituzioni nazionali il doveroso potenziamento dei servizi di sicurezza, attivi e passivi, per tutelare le persone che decidono di collaborare".

Un indagato è stato riconosciuto dalla vittima grazie a un video su internet, spiega Giovanni Bombardieri. "Uno degli imprenditori ha avuto modo di riconoscere uno degli indagati che si era presentato con le richieste estorsive, grazie a un video che era stato postato da Klaus Davi su internet, riconoscendo così 'Vecchia Romagna' (il nomignolo con cui gli inquirenti hanno indicato l’indagato, ndr) di cui non conosceva il nome, facendo riferimento a quel video".

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